Visualizzazione post con etichetta compagni di viaggio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta compagni di viaggio. Mostra tutti i post

sabato 18 dicembre 2010

Adelina Rimbrotti 2. Prolegomeni alla bracciolomachia

Due ore la separavano dal momento in cui Giorgio avrebbe preso posto accanto a lei. Nel frattempo, Adelina, appostata accanto al suo ricco equipaggiamento di passatempi, era indecisa se aprire lo zaino stracolmo, e rimaneva sospesa sulle soglie dell'azione di estrarre, con una mano poggiata sulla sacca le membra abbandonate la faccia istupidita e i pensieri che correvano di nuovo all'evento di quel lontano pomeriggio nella classe quarta ci.
Adesso aveva la sensazione di aver smarrito il capo della matassa ed era nella situazione del lettore distratto che continua a rileggere la stessa frase senza mai comprenderla ma è troppo orgoglioso per riporre il libro.
Sapeva che l'aveva fatto per debolezza, per conformismo eccetera, ma era conscia che dietro quella non-scelta risiedeva un errore che aveva compromesso per sempre il sereno trascorrere della sua maturazione etica: per questo era del tutto fondamentale ritornare a quel preciso istante cognitivo e ripararlo una volta per tutte. Il vagone continuava però a riempirsi di gente e la concentrazione sembrava a quel punto compromessa irrimediabilmente. Sedettero di fronte e da parte a lei un giovane alto dai neri riccioli splendide sopracciglia e occhi nocciola, con il quale cominciò immediato un rapido ed eloquente scambio di occhiate, e una signora con la permanente bionda quattro braccialetti dorati e sonanti per braccio e un profumo nauseabondo. Prese posto nel sedile a fianco di Adelina, impossessandosene al culmine di una sfilata per esibire una ridicola fasciatura al pollice destro, adagiato solennemente sul bracciolo e occupandolo tutto. Le occhiate fra Adelina e il giovane principe: la prima diceva: ehi, ma guarda che bella cosa. La seconda diceva: me ne sono accorta, ti ho sentito. La terza: sarà di sinistra simpatica ed eloquente? E l'occhiata scorse giù fino alle scarpe e le calzette rimboccate in cerca di conferma. La quarta era quella di Adelina sul bracciolo espugnato dall'avanzo di parrucchiera. La quinta un mezzo sorriso di solidarietà e scherno da Ubaldo il cavaliere. Adelina era tutta contratta e rimaneva con la guardia alzata in attesa dell'avanzata della sgradevole portatrice di profumo. Il giovane baldo intanto aveva estratto una moleskine, una penna, un libro di kafka e una figurina di de andré. Ma si mise a guadare fuori dal finestrino con fare fatale e poco dopo si addormentò. 

domenica 20 dicembre 2009

"Bianca neve" ovvero "I due nomi della neve"

la neve è un evento straordinario, e l'ho scoperto passeggiando nel parco di notte illuminato dal bianco manto. non ero sola, per fortuna, altrimenti avrei esitato fino a decidere di non andarci–nonostante l'entusiasmo di fronte alla macchina coperta da tre mani di neve.
pensavo che  la neve non permetterà mai a questa macchina di schiodarsi da lì, ed è già buona che con uno spazzolone gliene ho spolverata via parecchia dal tettuccio e dal resto. era irriconoscibile! quando sono uscita questo pomeriggio sono scoppiata a ridere:sembrava dover scomparire del tutto affondata e infossata in su e ingiù nella neve; sopra, la neve ne ricopriva ogni attributo (targa, linea del cofano, del portabagli, degli specchietti, sporco, forma dei vetri) e non si riconosceva più; sotto, la neve aveva combinato come degli argini addossati alle ruote, alle porte, alla marmitta. soltanto i due tergicristalli, quello davanti e quello dietro, sporgevano fuori come zampilli congelati, neri. l'antenna era infatti tutta coperta e me n'ero dimenticata mentre solcavo la coltre sopra la cappotta con andirivieni di spazzolone da tre euro del leclerc, che bisognava stare attente a non raschiare sulla vernice, già di per sé disprezzata dai parcheggiatori bolognesi.
ma invece oggi no, oggi era così candida, illibata, tenera, abbracciata da un grumone di fiocchi.
sembrava così innocente di fronte all'ambiente, non sembrava potesse essere un oggetto inquinante. sembrava non avere a che fare nulla col nero.
allo stesso modo abbiamo cercato nel parco un posto illibato, per camminare. ad un certo punto era come stare nel deserto, benché il mare di bianco fosse già stato in diversi punti affranto da piedi umani.
e il motivo per cui sembrava il deserto era perché non c'erano strade. solo alcune, accennate. è più difficile mantenere la rotta se non ci sono piste. bisogna scegliere ad ogni passo.
il silenzio e l'eco di una risata lontana che sembra un segnale tribale. e una sirena. il parco si sperde nella periferia che sconfina nel chissaddove.
una bottiglia di vino per scaldarci.

mercoledì 30 settembre 2009

Lo sbuffo del treno

L'uomo del treno è l'uomo degli asciugamani; apre ogni tasca e ne estrae un asciugamano; piccolo, medio, grande, ma sempre azzurro. Ne toglie uno dallo zaino e (sempre sbuffando) cerca di infilarlo nella valigia, già stracolma (anche di asciugamani). Non ci riesce e allora sbuffa e si mette a piegarlo per bene. Poi estrae qualcosa dalla tasca, e da questo qualcosa estrae ancora qualcosa – soldi forse – e li infila da qualche parte nella valigia. Sbuffa, richiude il presunto portafoglio, se lo rimette in tasca. Chiude la valigia, gli cadono delle chiavi, sbuffa, le raccoglie: erano le chiavi del lucchetto della valigia. Serra la valigia, sbuffa, la sistema sul portabagagli. Prende lo zaino, ne estrae un pezzo di stoffa minuscolo nero, sbuffa, riprende la valigia pesantissima, la rimette sul sedile, la riapre – io esco a prendere un po' d'aria.
Quando è salito a Colonia sbuffando con un caffè in cartone e del pane in plastica, oltre a tutti i bagagli, si è messo a bere e mangiare con la stessa urgenza che si usa quando si torna a casa con la pipì da fare: si gettano a terra le cose che si hanno in mano, ci si siede sulla tazza con la giacca e la sciarpa e non si chiude la porta. Lui ha bevuto scuffando il caffè e ha infilato tra un sorso e l'altro un tozzo di pane, seduto sul ciglio del sedile attiguo a quello su cui avevo appoggiato i piedi scalzi, irrompendo nell'intimità della mia tristezza, costringendomi a ricompormi, nonostante la sua scompostaggine. Quando ha finito di rifocillarsi ha sbuffato e ha intrapreso lo smonta e rimonta prima descritto.
Adesso ha chiuso gli occhi abbracciando lo zaino che tiene sulle ginocchia.
Va in Italia.