sabato 18 dicembre 2010

Adelina Rimbrotti 2. Prolegomeni alla bracciolomachia

Due ore la separavano dal momento in cui Giorgio avrebbe preso posto accanto a lei. Nel frattempo, Adelina, appostata accanto al suo ricco equipaggiamento di passatempi, era indecisa se aprire lo zaino stracolmo, e rimaneva sospesa sulle soglie dell'azione di estrarre, con una mano poggiata sulla sacca le membra abbandonate la faccia istupidita e i pensieri che correvano di nuovo all'evento di quel lontano pomeriggio nella classe quarta ci.
Adesso aveva la sensazione di aver smarrito il capo della matassa ed era nella situazione del lettore distratto che continua a rileggere la stessa frase senza mai comprenderla ma è troppo orgoglioso per riporre il libro.
Sapeva che l'aveva fatto per debolezza, per conformismo eccetera, ma era conscia che dietro quella non-scelta risiedeva un errore che aveva compromesso per sempre il sereno trascorrere della sua maturazione etica: per questo era del tutto fondamentale ritornare a quel preciso istante cognitivo e ripararlo una volta per tutte. Il vagone continuava però a riempirsi di gente e la concentrazione sembrava a quel punto compromessa irrimediabilmente. Sedettero di fronte e da parte a lei un giovane alto dai neri riccioli splendide sopracciglia e occhi nocciola, con il quale cominciò immediato un rapido ed eloquente scambio di occhiate, e una signora con la permanente bionda quattro braccialetti dorati e sonanti per braccio e un profumo nauseabondo. Prese posto nel sedile a fianco di Adelina, impossessandosene al culmine di una sfilata per esibire una ridicola fasciatura al pollice destro, adagiato solennemente sul bracciolo e occupandolo tutto. Le occhiate fra Adelina e il giovane principe: la prima diceva: ehi, ma guarda che bella cosa. La seconda diceva: me ne sono accorta, ti ho sentito. La terza: sarà di sinistra simpatica ed eloquente? E l'occhiata scorse giù fino alle scarpe e le calzette rimboccate in cerca di conferma. La quarta era quella di Adelina sul bracciolo espugnato dall'avanzo di parrucchiera. La quinta un mezzo sorriso di solidarietà e scherno da Ubaldo il cavaliere. Adelina era tutta contratta e rimaneva con la guardia alzata in attesa dell'avanzata della sgradevole portatrice di profumo. Il giovane baldo intanto aveva estratto una moleskine, una penna, un libro di kafka e una figurina di de andré. Ma si mise a guadare fuori dal finestrino con fare fatale e poco dopo si addormentò. 

sabato 11 dicembre 2010

Adelina Rimbrotti

Adelina Rimbrotti è un esperimento di racconto a puntate, di feuilleton. Adelina sono io, mia madre, mia nonna, la bibliotecaria, la mia star preferita: un personaggio mutante in preda alle suggestioni scaturite dagli incontri dell'autrice, dai film visti, dalle cose lette. Ogni sabato.

Adelina Rimbrotti 1. Elogio del controllore

Quando il controllore proruppe con la sua professional cortesia nel vagone assolato e semivuoto, Adelina Rimbrotti non volle subito accorgersi della sua presenza, e continuò per un momento a restare seduta dietro al banco dei suoi ricordi, dove sembrava che stesse per chiarirsi qualcosa. Il banco era quello della classe Quarta C dell'Istituto Onnicomprensivo Ponchielli. Lei che aveva appena cambiato la taglia del grembiule nero della scuola e cominciava a detestare fiori e ricami come ornamento per la sua tenuta. Il suo compagno di banco appiccicava caccole sotto il tavolo e lei osservava incuriosita. Anche Marcella Segavini osservava, ma urlando che schifo denunciò il fatto ai presenti. In quel momento Adelina aveva dinanzi a sé una scelta: seguire lo starnazzo generale e unirsi ai cori di disgusto, oppure assumere qualunque altro atteggiamento, come rimanere in osservazione, mettersi a ridere, chiedere di andare in bagno. Invece si mise a starnazzare. Il pettoruto controllore reclamava l'esibizione del biglietto e Adelina lo accontentò solo dopo essersi soffermata sul procedimento mentale che l'aveva condotta all'opzione dello starnazzo; appuntò un post-it all'angolo del banco dei suoi ricordi ed estrasse il titolo di viaggio.
Naturalmente quando il controllore si allontanò per ripetere la sua cerimonia cortese al cospetto del passeggero seduto quattro sedili più in giù, il post-it con gli indizi era già volato fuori dal finestrino.
Quest'uomo è incredibilmente elegante, pensò Adelina. Sicuramente è un uomo di cultura, se no come si spiegherebbe tutto quel contegno, quel piglio nella voce, la perfezione nella postura. Denota coscienza del proprio corpo, che può essere innata, se non è cresciuto con genitori troppo apprensivi che gli impedivano di fare capriole e capitomboli, o acquisita, se ha praticato un qualche tipo di sport. E quella capacità di mantenere la cortesia e l'eleganza del linguaggio anche nelle situazioni di tensione. Certo, non erano tutti così, i controllori, concesse Adelina, figurandosi immediatamente un esempio del contrario: un controllore di un trenino di questo profondo nord, sfacciatamente rozzo e maleducato con un povero disoccupato senza biglietto. Ma a parte questo, riconosceva l'esistenza di un certo fattore, forse lo stesso che veniva notato al momento della selezione del personale, o forse quello che veniva valorizzato o inculcato al momento della formazione. Lo stesso fattore che consentiva persino alle signore controllori di essere eleganti in quella maschilissima divisa, il talento naturale per un impeccabile portamento. E forza.

domenica 24 gennaio 2010

Branduardo maestro di Zen

Valissa camminava per valli e montagne, fiumi e città per incontrare le persone, la più grande varietà possibile di persone. Vi si accostava e poneva semplici domande. Poi riprendeva il cammino chiudendosi in una meditazione errante dalla coda infinita, e che luminosa irrorava la via. Ma non comprendeva. Compiva ogni giorno gli esercizi assegnatole dal maestro, trascorreva pomeriggi nel silenzio dei sensi ascoltando le cascate e il vento. Parlava con i fruttivendoli, i pittori, i medici dell'anima, i sarti e gli scribi. Ascoltava i capi tribù, i responsi e le trombe d'aria. E riprendeva il cammino instancabilmente e gli erano venuti due polpacci così. Andava in Siria, in Ghana, in Tennessee, in Ucraina, in Laos e in Val d'Aosta. Scriveva lettere, trattati, bibbie e sms. Leggeva graffiti, papiri, rotoli di preghiera, steli e istruzioni per l'uso. Ma non riceveva alcuna verità. Allora scavava, spolverava, spazzava e grattavinceva. Aveva ormai ottantacinque anni quando irruppe nella sala silenziosa di Branduardo il ciapinaro. I muri erano alti e maestosi, sembrava il Duomo di Milano. Riecheggiava un clangore lontano di pentolame. Lo sgomento di Valissa era forte più che mai. Sentiva prossimo lo scadere dei suoi giorni e voleva andarsene con una risposta. Lasciandosi guidare dalle energie sante del luogo, si avvicinò a Branduardo. Notò che si trattava di un uomo sui centoquattro, esile e minuto, ma con la pelle abbronzata e tesa su muscoli calibrati allo sforzo quotidiano, sempre uguale. Non smetteva di arrabattarsi su quelle sue scodelle. Valissa era ormai di fronte a lui, seria come una statua funeraria, in attesa della verità suprema: gli occhi socchiusi e la testa leggermente reclinata all'indietro. Come se non bastasse, incrociò le braccia e piantò i piedi. Branduardo non aveva distolto lo sguardo dalle sue pentole. Ma dopo un quarto d'ora così, posò lentamente il gavettino di rame che teneva tra le mani, si appoggiò ad un bastone con una mano e con l'altra spingeva sulla sedia di paglia tentando di rialzarsi. Bloccata dall'emozione, Valissa non tentò nemmeno di aiutarlo. Al sommo di uno sforzo che sembrava immane, il vecchio sembrava stesse finalmente per erigersi in piedi, invece, rompendo il sacro silenzio e l'aura mistica, un peto poderoso sgattaiolò fuori da quel corpo di saggio.
Il cuore di Valissa non restò indifferente a tutto ciò. Sentì dentro come uno strano tremolio, un pizzicore tremendo, la pancia colta da spasmi la fece piegare a metà, poi una forza incontenibile le spalancò la bocca e poi uno dietro l'altro, in una raffica energica, strani colpi di tosse uscirono accompagnati da melodiosi giri di voce e grugniti.
Valissa stava ridendo. Per la prima volta nella sua vita. Rideva a crepapelle: non riusciva a smettere; si gettò a terra, picchiava con entrambe le mani, le lacrimavano copiosamente gli occhi, ma non riusciva a smettere e in realtà forse non voleva. Avrebbe voluto adesso ripercorrere a ritroso tutto il suo cammino e ridere, ridere.
Invece forse era stanca, forse pensava che non ne valeva la pena, chiamò un taxi e andò a farsi una pizza con le sue ex compagne di classe.

domenica 20 dicembre 2009

"Bianca neve" ovvero "I due nomi della neve"

la neve è un evento straordinario, e l'ho scoperto passeggiando nel parco di notte illuminato dal bianco manto. non ero sola, per fortuna, altrimenti avrei esitato fino a decidere di non andarci–nonostante l'entusiasmo di fronte alla macchina coperta da tre mani di neve.
pensavo che  la neve non permetterà mai a questa macchina di schiodarsi da lì, ed è già buona che con uno spazzolone gliene ho spolverata via parecchia dal tettuccio e dal resto. era irriconoscibile! quando sono uscita questo pomeriggio sono scoppiata a ridere:sembrava dover scomparire del tutto affondata e infossata in su e ingiù nella neve; sopra, la neve ne ricopriva ogni attributo (targa, linea del cofano, del portabagli, degli specchietti, sporco, forma dei vetri) e non si riconosceva più; sotto, la neve aveva combinato come degli argini addossati alle ruote, alle porte, alla marmitta. soltanto i due tergicristalli, quello davanti e quello dietro, sporgevano fuori come zampilli congelati, neri. l'antenna era infatti tutta coperta e me n'ero dimenticata mentre solcavo la coltre sopra la cappotta con andirivieni di spazzolone da tre euro del leclerc, che bisognava stare attente a non raschiare sulla vernice, già di per sé disprezzata dai parcheggiatori bolognesi.
ma invece oggi no, oggi era così candida, illibata, tenera, abbracciata da un grumone di fiocchi.
sembrava così innocente di fronte all'ambiente, non sembrava potesse essere un oggetto inquinante. sembrava non avere a che fare nulla col nero.
allo stesso modo abbiamo cercato nel parco un posto illibato, per camminare. ad un certo punto era come stare nel deserto, benché il mare di bianco fosse già stato in diversi punti affranto da piedi umani.
e il motivo per cui sembrava il deserto era perché non c'erano strade. solo alcune, accennate. è più difficile mantenere la rotta se non ci sono piste. bisogna scegliere ad ogni passo.
il silenzio e l'eco di una risata lontana che sembra un segnale tribale. e una sirena. il parco si sperde nella periferia che sconfina nel chissaddove.
una bottiglia di vino per scaldarci.

domenica 15 novembre 2009

Corpi estranei

Due ragazze, Cinzia e Rossana. Cinzia studia ingegneria ed ha un fisico mozzafiato. Infatti arrotonda la borsa di studio facendo foto per pubblicità di abbigliamento intimo. Rossana studia legge, e le sue fattezze fisiche non sono qui rilevanti.
Rossana dà un esame che le era costato due mesi di lavoro intensissimo, in cui aveva rinunciato ad ogni svago. Dopo un brillante risultato si era concessa una serata molto stravagante, si era divertita da matti ma si era buscata un raffreddore. Cinzia in una pausa dalle lezioni entra ed esce dai negozi distrattamente, spiando negli specchi la propria eleganza, il suo corpicino affusolato. Gli uomini la guardano, con una punta di sofferenza, e lei sa che è un complimento. Si immagina che essi penseranno alle sue forme, alle sue linee almeno fino a che qualcos'altro non li distrarrà di nuovo. Le sue forme e le sue linee sono nella loro mente. Ma d'altronde devono averle già viste da qualche parte, in un cartellone, in una pagina di rivista sfogliata in attesa dal dentista, sul catalogo di intimo consultato dalla moglie.
Rossana ha sensazioni strane, è davvero malridotta dal raffreddore, da due giorni, ormai. E quando sta per riprendersi, le vengono le mestruazioni. Non che fossero inaspettate, ma i sintomi del raffreddore creavano una specie di brusio che non le lasciava ascoltare i segnali del proprio corpo, i segnali del ciclo che si compie. Presa alla sprovvista, non si era preparata come di consueto con posizioni yoga, tisane, cibo appropriato. E alla fine era stata male: incapacità a concentrarsi dunque a risolvere il più banale enigma, lieve afasia, lentezza estrema, oltre a crampi e tremori e mal di testa e nausea. Una specie di creatura che minaccia di squarciare i tessuti dell'organismo per urlare e uscire allo scoperto. Ma no, dice Rossana, stai buono e fermo che adesso passa tutto. A Rossana piacerebbe entrare nel proprio utero e guardare che cosa mai possa succedere di tanto grandioso da richiedere tutte le energie dell'organismo.
Cinzia si rende conto che, sebbene alquanto anonimamente, il suo corpo è un oggetto di dominio pubblico: in molti conoscono la linea del suo seno, la curva delle sue anche, la rientranza del suo mento e la chiave di violino della sua spina dorsale. Eppure nessuno sarebbe mai in grado di riconoscerla. Eppure nessuno sa nulla di lei.
Rossana sul lavoro oggi ha fatto un gran casino: oltre ad essere arrivata in ritardo, ha pasticciato con le ordinazioni e ha biascicato qualcosa ad un cliente importante che pretendeva informazioni. Rossana fa la commessa part-time in una sartoria; una fortuna, per una giovane studentessa come lei, ma il pretenzioso snobismo del negozio richiede una presenza di classe, sveglia ed intelligente. Invece pare che lei abbia mandato un tailleur da donna al cugino dell'assessore che aveva sborsato fior di quattrini pur di avere l'abito pronto per quella sera, in cui doveva incontrarsi con certi industriali. E quando lui aveva chiamato furioso lei aveva provato a dire che non stava bene, e che avrebbe provato a rimediare al disastro.
La cosa più naturale le sembrava che sarebbe stata dirgli: guardi che ho le mestruazioni, oppure dirlo direttamente alla maitresse, ma qualcosa le suggeriva che non avrebbe funzionato. In verità era completamente alienata, e non sapeva come contrattare con la realtà circostante.
Cinzia ha indossato il suo nuovo completo: un affarone, e le sta d'incanto. Seduta in un bar sorseggia un aperitivo con le amiche e tace, come se qualcosa le rendesse insopportabile la fatica di mettere insieme un discorso. "Forse mi stanno arrivando", pensa tra sé.

martedì 13 ottobre 2009

La casa sull'autobus

Mi piacciono gli autobus. L'autobus vuol dire "città", per me che vengo da un paese in cui si va in piazza in bici e al cinema in macchina. Mi piace salire sull'autobus e starci per almeno un quarto d'ora. Prima di andare alla fermata scelgo il libro che leggerò durante il viaggio. Abito molto lontano dal centro, quindi ho molto tempo a disposizione. Posso davvero immergermi nella lettura. L'autobus passa in media ogni 15 minuti, in questa zona periferica della città. Così, se mi rendo conto che dovrò aspettare a lungo, mi siedo sotto la pensilina e inizio a leggere. Poi l'autobus arriva, seleziono il posto a sedere, scartando quelli riservati agli invalidi, agli anziani e alle donne incinte, e prediligendo quelli con lo scalino e quelli orientati nel senso opposto alla marcia, dove solitamente neanche il vecchiettino più instabile osa chiederti di cedergli il posto. Poi mi accoccolo alla meglio nella mia nuova postazione e apro il libro. Qui è la mia nuova intimità, uno spazio temporaneo tutto mio, in cui mi sento perfettamente a mio agio, in quieta e tacita alleanza con l'autista (visto che ci teniamo compagnia per buona parte del viaggio) e con eventuali altri abbonati del servizio dei trasporti pubblici. Ecco, infatti: l'abbonamento. La disinvoltura con cui salgo e scendo dagli autobus, senza l'ansia di timbrare, munirsi del titolo di viaggio, senza controllare che non si sforino i sessanta minuti. Forse è proprio l'abbonamento, questo piccolo bigliettino un po' più lungo degli altri, che mi consente questa simbiosi con il mezzo di trasporto. E poi sicuramente il fatto di non doverlo condurre, di lasciarmi trasportare.. una specie di passività quasi sensuale, e che distende ogni singolo nervo. Infatti ieri sera mentre andavo in città ho estratto il mio libriccino; ma poi ho dato un'occhiata fuori e ho notato che era già buio, alle 19:30. Ho pensato che era arrivato l'autunno. Allora ho richiuso il libro e l'ho rimesso nello zaino. Mi sono assopita nel fiume di luci e vetrine che scorreva fuori dai finestroni dell'autobus. E infatti l'ho visto, l'autunno, che era annidato in mezzo ai passi dei passanti, nello scrosciare del fogliame, nel riflesso del faro di un'auto sul portone di un condominio. Era solo rintanato e aspettava un'entrata eclatante. Oggi l'ultimo temporale.

mercoledì 30 settembre 2009

Lo sbuffo del treno

L'uomo del treno è l'uomo degli asciugamani; apre ogni tasca e ne estrae un asciugamano; piccolo, medio, grande, ma sempre azzurro. Ne toglie uno dallo zaino e (sempre sbuffando) cerca di infilarlo nella valigia, già stracolma (anche di asciugamani). Non ci riesce e allora sbuffa e si mette a piegarlo per bene. Poi estrae qualcosa dalla tasca, e da questo qualcosa estrae ancora qualcosa – soldi forse – e li infila da qualche parte nella valigia. Sbuffa, richiude il presunto portafoglio, se lo rimette in tasca. Chiude la valigia, gli cadono delle chiavi, sbuffa, le raccoglie: erano le chiavi del lucchetto della valigia. Serra la valigia, sbuffa, la sistema sul portabagagli. Prende lo zaino, ne estrae un pezzo di stoffa minuscolo nero, sbuffa, riprende la valigia pesantissima, la rimette sul sedile, la riapre – io esco a prendere un po' d'aria.
Quando è salito a Colonia sbuffando con un caffè in cartone e del pane in plastica, oltre a tutti i bagagli, si è messo a bere e mangiare con la stessa urgenza che si usa quando si torna a casa con la pipì da fare: si gettano a terra le cose che si hanno in mano, ci si siede sulla tazza con la giacca e la sciarpa e non si chiude la porta. Lui ha bevuto scuffando il caffè e ha infilato tra un sorso e l'altro un tozzo di pane, seduto sul ciglio del sedile attiguo a quello su cui avevo appoggiato i piedi scalzi, irrompendo nell'intimità della mia tristezza, costringendomi a ricompormi, nonostante la sua scompostaggine. Quando ha finito di rifocillarsi ha sbuffato e ha intrapreso lo smonta e rimonta prima descritto.
Adesso ha chiuso gli occhi abbracciando lo zaino che tiene sulle ginocchia.
Va in Italia.

venerdì 8 maggio 2009

La Festa del Crocifisso a Castano Primo


A Castano Primo (MI) si svolge in questa settimana la celebrazione del s. Crocifisso. La poderosa scultura lignea del Cristo morto viene fatta trasmigrare da una chiesa parrocchiale all'altra – sono due in tutto – in varie tappe nei rioni della cittadina. Le processioni durano una settimana, divise in tappe. Gruppi di 14 persone tra uomini e donne si avvicendano nel trasporto della pesante reliquia, ognuno per un tratto di una settantina di metri. Intanto la gente accodata prega o chiacchiera, molto silenziosamente. Le strade sono addobbate in pompa magna, con migliaia di bandierine porpora con impresso il logo del crocifisso, le luminarie di natale meno natalizie, i lumini bianchi o rossi lungo le cinte e i cancelli o i marciapiedi, alcuni altari preparati da cittadini volenterosi, i gigli bianchi finti. Poi ci sono le "porte", purtroppo non stravaganti come in passato, che segnano l'entrata nei vari rioni. E naturalmente gente alle finestre, ai balconi, ai lati delle strade.
Conclusa la tappa giornaliera, il crocifisso viene lasciato "dormire" nelle strutture designate, vegliato da volontari fino alle 6 della mattina, quando riprende la liturgia.
Tutto questo si ripete ogni venticinque anni.

Alcuni pensano che forse è l'ultima festa del crocifisso che vedranno. Alcuni a vent'anni è la prima che vedono. Alcuni ne hanno già viste tre o quattro. Alcuni quando la rivedranno saranno ultracinquantenni, e oggi sono studenti universitari con un'idea vaga del futuro (io!). Il parroco della parrocchia Madonna dei Poveri è la prima volta che la vede.
Il crocifisso è un modo infallibile di scandire il tempo in modo molto chiaro e netto. Ma non solo.
Si possono ammirare i cambiamenti di una piccola comunità: ai lati delle strade e affacciati alle finestre ci sono i volti esotici, incuriositi e seri, dei nuovi cittadini castanesi: i pachistani, i bangladesi e i magrebini che riempiono la vita di piazza ormai disertata dai cittadini originari o acquisiti da due o tre generazioni. Loro non c'erano venticinque anni fa. Chissà cosa pensano di questa manifestazione? Forse per loro gli italiani, i castanesi sono tutti matti. Oppure sono contenti di trovarsi in questo silenzioso momento di folklore locale e lo raccontano ai parenti lontani con un pizzico di divertito interesse.
E poi: che memoria a lungo termine è necessaria per mantenere le motivazioni a celebrare qualcosa a cui si è pensato un quarto di secolo prima per l'ultima volta? Ma forse proprio questo è interessante, forse un po' è proprio la Storia che viene celebrata, il trascorrere del tempo, il mantenimento di una consuetudine la cui origine si smarrisce nell'incertezza  e nella leggenda. Si dice che il Cristo che sta su questa croce abbia protetto i castanesi dalle cannonate degli austriaci, e anche che li abbia salvati dalla siccità; forse è stato sottratto alla chiesa di un paese vicino, o forse l'ha portato il fiume (Ticino).
E' comunque un'esperienza straordinaria, che scuote la vita sonnacchiosa della cittadina per una settimana intera, senza contare i preparativi e l'organizzazione di ogni cosa. E poi per ventiquattro anni ognuno torna alle proprie case, e a ricordare l'ultima Festa del Crocifisso.

giovedì 9 aprile 2009

Il giornalismo è al servizio dei cittadini?-festival del giornalismo di Perugia

Il professor Calafati, docente di Economia Urbana, Università delle Marche, ha condotto una ricerca insieme ai suoi studenti sul modo in cui la stampa italiana ha trattato l'argomento Tav in Val di Susa, in particolare confrontando La Stampa, La Repubblica e il Corriere della Sera. La conclusione di questa rassegna è che incredibilmente si è ignorata una componente fondamentale al quadro completo dei fatti: le ragioni che hanno spinto gli attori economici a intraprendere una scelta così incisiva sulla vita della popolazione e sull'ambiente.
Davanti ad una risma di prime pagine di testate britanniche, per la gran parte tabloid, Nicholas Jones della BBC intrattiene il pubblico svelando alcuni vizi dell'informazione: il concentrarsi su elementi superficiali che finiscono per ricoprire un ruolo importante, vengono falsificati a discapito della vera informazione. Briosamente Jones ci spiega quanto valore reale, e non solo simbolico, abbia avuto la parola “sorry” nella trattazione del modo in cui i politici comunicavano la crisi. Cioè di quanto fosse importante che, malgrado le loro mancanze, essi chiedessero poi scusa. Ci sono esempi in cui si costruiva una notizia intorno al fatto che una frase pronunciata da una certa personalità contenesse la fatidica parola, pur senza essere stata detta con l'intenzione che si voleva far credere. Ma l'ha detta – sembra dire la notizia – e questo è tutto ciò che conta. Non più il fatto che la crisi sia stata denunciata o no, in realtà di maggior interesse per il cittadino lettore.
Gli fa eco Sergio Rizzo, del Corriere: “se avessimo ringhiato un po' di più..l'Italia sarebbe un mondo migliore”.
E Calafati invoca l'opzione della Qualità, che altrove funziona: dove i giornali si preoccupano di mantenere alto il livello, cioè in Germania, Francia e Gran Bretagna, le vendite non hanno subito un drastico crollo, perché continuano a servire una “clientela” che sempre comprerà il giornale, visto che il giornale è un servizio. Ma come si va sulla via della Qualità? “Nella società della Conoscenza vige il Giornalismo come Scienza; è necessario creare un contesto di interazione per la ricerca della verità”.
Sassoli protesta: forse nella sua scuola di Capacità Critica insegnerebbe come materia Tv spazzatura e Carta straccia, e se dovesse invece insegnare in una scuola per chef, impartirebbe lezioni di Fast food e Barrette di cioccolato e caramello, visto che secondo lui “anche quando la politica è pubblicità, nell'informazione, rimane interessante, perché serve a sviluppare il senso critico, perché ci si sente costretti a capire”. La sua teoria è smentita dal fatto che una mandria di boccaloni ha votato il governo che abbiamo in carica.
Necessariamente, comunque, è impensabile che si tenga presente il pubblico nel processo d'impacchettamento del prodotto giornalistico, data la situazione della tv pubblica, dove pubblico e privato sono in tal modo intersecati che non si capisce più niente. Certo questa situazione non fa bene alla Qualità del lavoro. Manca un'idea pedagogica del giornalismo.
Manca il valore d'uso, replica Calafati.
Allora c'è da chiedersi se le regole del giornalismo siano invecchiate. Secondo Rizzo è un problema di persone, quelle che dirigono i giornali, i veri responsabili della rettitudine di una testata, perché tengono la schiena dritta a sé e alle persone che lavorano intorno a lui. Ma questo è un problema proprio italiano, che risponde ad una questione più basilare: un'idea di stampa, e di fare audience, diversa da quella che vige in GB. E questa differenza si legge bene nelle versioni on-line dei quotidiani, che sembrano in alcuni casi intendere la rete come luogo in cui si possano dimenticare le regole del buon giornalismo. È certo che la rete rappresenta una rivoluzione per la stampa. Una sfida. D'accordo Sassoli: è una possibilità per venire a contatto con punti di vista altri, nella loro compresenza. Infatti Calafati ammette che il giornalismo va ridefinito, poiché non sta più solo nei luoghi tradizionali.
Per esempio, dice Rizzo, bisogna tornare sul campo, cosa che dovrebbe essere scontata, ma non lo è nei giornali al contrario che leggiamo oggi. Jones: l'industria dei giornali deve essere reinventata.