lunedì 11 aprile 2011

Il mondo è paese

In attesa dal dottore. Discussioni con le anziane signore castanesi sulla vita da sala d'aspetto intervallate dai chi è l'ultimo? di chi appare dietro alla porta tra il campanellìo dell'acchiappasogni appeso allo stipite. A condividere le fatiche dell'attesa ci sono un ragazzino e una ragazza più grande , cinesi. A chi tocca adesso? A me. No, ci sono prima i signori, protesto indicando la coppia. Non vi pleoccupate, devo fale solo licetta. Forse qualcosa dopo va storto e il tempo di questa ricetta si dilata, si dilata. Intanto entrano: un uomo pakistano, una suora e una signora nordafricana, entrambe velate. La coppia di cinesi è dentro ormai da quindici minuti. Un'anziana signora comincia ad interpretare il prolungarsi dell'attesa: si vede che non si riescono a spiegare. Poi conclude: ormai sono più loro di noi. Guarda qua che roba. E fa cenno agli astanti. Fra un po' dovranno trasferirci tutti da un'altra parte. La signora accanto le sorride cortesemente ma non commenta. E anch'io sono indecisa se protestare contro la visione del mondo di una cara vecchietta. Rimane tutto sospeso, sull'eco di quel guarda qua il silenzio della signora magrebina e del signore pakistano, misti all'imbarazzo mio per l'aver pensato: non importa, questa ignoranza sparirà insieme alla sua generazione. Adesso anche Castano Primo è un posto pieno di lingue e colori, e anche coloro che danno l'idea di esserne scontenti ne traggono vantaggio. Nessun Carnevale, Natale o festa del Crocifisso potrà più restare indifferente alla novità demografica, ma non solo, a quello sguardo estemporaneo e spaesato che di fronte a tanta consuetudinarietà scuote e rafforza il nostro senso di appartenenza a questo luogo e la nostra identità. Sarà per questo che improvvisamente scopriamo che abbiamo perso il vizio di andare in piazza, perché ci vediamo solo i pakistani. Adesso quando al centro commerciale incontri qualcuno che conosci, c'è da stupirsi, perché ti eri dimenticata di essere a Castano. Quando me ne andai da qui, non avrei mai pensato di ritrovarmi sette anni dopo allo sportello immigrazione a regolarizzare la mia posizione di neo cittadina castanese. Adesso c'è una piscina, mille rotatorie, un centro commerciale e molti dei miei compagni di scuola hanno dei figli. La parola kebab la conoscevano solo i giovani che il sabato sera andavano a Milano. Adesso il mio babbo si fa tagliare i capelli alla maniera orientale. Molti cittadini sono pronti a marciare nella brughiera per difenderla dalla terza pista di Malpensa e altri si organizzano per fare di Castano un luogo dove si scambia e si produce cultura. Ad esempio riaprendo la casa del Popolo. 

venerdì 28 gennaio 2011

La mia prima esperienza con il navigatore

Dal momento che non abito in questi luoghi da anni, nonostante siano i luoghi della mia infanzia, della mia adolescenza, delle mie radici, molto spesso non li vivo più come famigliari, a volte mi risultano del tutto sconosciuti e si rende necessaria da parte mia una nuova esplorazione da capo a piedi, col rischio di perdersi sempre in agguato. La paura di perdermi non mi fa superare i 60 km all'ora, per la gioia di quei motoscafi con le ruote che chiamano suv, con questi fari di ultima generazione puntati nell'abitacolo e riflessi dagli specchietti e quindi dagli occhi, che servono per farti ritrovare la monetina che si era infilata in un angolo buio del cruscotto e che finalmente riemerge. Io con la mia piccola auto di vecchia generazione (ma a benzina verde) quando sulle nostre strade scende il buio che cancella ciò che rimane delle tracce della  "fedele linea bianca", martoriata e disturbata dai segnacci delle altre linee provvisorie lasciate dai mille cantieri a ore, con i fievoli fari di cui è provvista non posso vedere al di là di 50 metri davanti a me. Si tratta di un dramma profondo e di una lacerazione insanabile della mia anima: non riconosco più nulla di questi luoghi, mi perdo a Vanzaghello, dove a quindici anni arrivavo con il ciao passando dai boschi che univano il paese al mio. Adesso quei boschi sono stati tagliati profondamente dalla superstrada Milano-Boffalora e un cratere brulicante di auto si è aperto sotto il paesaggio della mia adolescenza.  Le rotonde poi, questi marchingegni maligni che si riproducono senza sosta, mangiando incroci e marciapiedi. Hanno cominciato a nascere a pochi metri da casa mia, quando ancora vivevo qua, su un incrocio piuttosto innocuo, ma consegnato ai posteri come un incrocio pericoloso. Una rotonda l'ha fagocitato e adesso molte carene di motorini e paraurti di auto frettolose giacciono là mischiate ai pezzi di costolone di pista ciclabile. Poi le rotonde hanno cominciato a conquistare pezzo a pezzo tutto il territorio. Da Castano Primo a Gallarate, a Cuggiono, a Magnago, a Legnano, ovunque è tutto un susseguirsi di rotonde, tutte uguali, che oltre agli incoroci si sono mangiate anche ogni dettaglio sul posto in cui ti trovi. Impaurita dall'estraneità del paesaggio, stasera per andare a Gallarate mi sono fatta prestare un navigatore satellitare dai miei genitori. Un tomtom per andare a Gallarate. Mi sentivo già ridicola quando in fondo alla strada per non fare casino ho spento la radio, che se no mi confondevo. Ho seguito quella voce elettronica. Non volevo fidarmi, eppure non avevo scelta. Era una macchina a dirmi dove andare, mentre io svolgevo la parte meccanica dell'operazione: guidavo. Avevo spento completamente il mio intuito, la mia memoria, il mio buon senso. Era la macchina a dirmi cosa fare. Le rotonde mi afferravano e mi risucchiavano nel loro vortice, occhio di un ciclone di strade che se ne prendi una arrivi chissàdove. Appena possibile ritornare indietro, blatera altero  il navigatore. Al ritorno ho vinto io: non potevo più sopportare di non avere nemmeno un'occasione per riappropriarmi di questo territorio, di sprecare questo passaggio su strade nere e nuovissime e deserte senza darmi una possibilità di capire. Ma cosa sono questi luoghi? Ma cosa sono io? Ho spento il navigatore, ho riscoperto la paura di sbagliare strada ma anche la mia intelligenza geografica che sgranchendosi le meningi si metteva al lavoro. 

sabato 25 dicembre 2010

Adelina Rimbrotti 3. La morte della colomba

Adelina Rimbrotti guardava la senescente compagna di viaggio, cercando di trovare almeno due motivi per trattenere la voglia di rivalsa e per evitare il cominciamento del vanesio duello. Trovò fertile il pensiero di cosa sarebbe stato di lei un giorno, superati i cinquantacinque anni, con tutto il peso di una lunga vita sulle spalle. Come l'avrebbero guardata i più giovani, lei che adesso già cominciava a smettere di stupirsi quando i quindicenni le davano del lei. Quale sarebbe stato il suo universo, cosa avrebbe desiderato, cosa avrebbe sentito di se stessa in quanto donna. Sarebbe stata cosciente in ogni segmento del cambiamento, ecco cosa avrebbe fatto. In ogni singolo istante sarebbe rimasta sempre se stessa, avrebbe sempre cercato di aderire all'idea cool che da tempo ormai si attribuiva e questo, ne era certa, avrebbe fatto di lei una bella vecchietta.
Intanto però la vicina, anche approfittando del sonno in cui era sprofondato il giovane di fronte, aveva già tolto le scarpe e allungato i piedi sul sedile opposto con un movimento rapido, muscoloso, aveva cercato a lungo una gomma da masticare da dentro la sua borsa con le scritte stile hip-hop sbatacchiandone vivacemente il contenuto e si era definitivamente appostata con la testa appoggiata all'intelligente poggiatesta, rivolta verso il finestrino e quindi verso Adelina, la quale si ritrovava con il cicaleccio del masticamento della signora pericolosamente vicino all'orecchio sinistro. E poi, naturalmente, quel braccio, su cui veniva scaricato tutto il peso dell'ingombrante figura e che avanzava inesorabilmente.
Ad Adelina dava molto fastidio quel suo fare da ragazzina, lanciato come una sfida. Sollevava le valigie inutilmente e con uno sforzo e una ricercatezza dei gesti che suggerivano una precisa volontà di esibire la propria freschezza; ad ogni stimolo sconosciuto – un rumore, una vibrazione del treno di cui non si manifestava immediatamente la provenienza – scuoteva la testa a scatti come un uccellino inesperto, spalancando gli occhi come un'ingenua gazzella. Lo scopo era senza dubbio dare l'idea di una vita sbarazzina, di corse nei campi di grano e grembiulini che schiusi rivelavano gattini. Adelina sapeva per certo che non era così; glielo dicevano l'esagerazione nel mostrare, e poi parliamo di una freschezza che non si addice ad una signora. Quando sarò vecchia, si disse Adelina, voglio che sia la mia saggezza a prendere spazio quando appaio a degli sconosciuti, non voglio che considerino di potermi includere nel loro club.
Intanto un nuovo scatto verso destra del braccio della stagionata ragazzina, che aveva quasi fatto capitolare il braccio sinistro della nostra, scaraventandolo fuori dal bracciolo, fece sì che Adelina giungesse alla decisione che sì, guerra voleva, e guerra avrebbe avuto. Puntò il gomito, lo irrorò di proteine e vi concentrò la forza dell'inimicizia. Trascorse così i successivi dieci minuti.

sabato 18 dicembre 2010

Adelina Rimbrotti 2. Prolegomeni alla bracciolomachia

Due ore la separavano dal momento in cui Giorgio avrebbe preso posto accanto a lei. Nel frattempo, Adelina, appostata accanto al suo ricco equipaggiamento di passatempi, era indecisa se aprire lo zaino stracolmo, e rimaneva sospesa sulle soglie dell'azione di estrarre, con una mano poggiata sulla sacca le membra abbandonate la faccia istupidita e i pensieri che correvano di nuovo all'evento di quel lontano pomeriggio nella classe quarta ci.
Adesso aveva la sensazione di aver smarrito il capo della matassa ed era nella situazione del lettore distratto che continua a rileggere la stessa frase senza mai comprenderla ma è troppo orgoglioso per riporre il libro.
Sapeva che l'aveva fatto per debolezza, per conformismo eccetera, ma era conscia che dietro quella non-scelta risiedeva un errore che aveva compromesso per sempre il sereno trascorrere della sua maturazione etica: per questo era del tutto fondamentale ritornare a quel preciso istante cognitivo e ripararlo una volta per tutte. Il vagone continuava però a riempirsi di gente e la concentrazione sembrava a quel punto compromessa irrimediabilmente. Sedettero di fronte e da parte a lei un giovane alto dai neri riccioli splendide sopracciglia e occhi nocciola, con il quale cominciò immediato un rapido ed eloquente scambio di occhiate, e una signora con la permanente bionda quattro braccialetti dorati e sonanti per braccio e un profumo nauseabondo. Prese posto nel sedile a fianco di Adelina, impossessandosene al culmine di una sfilata per esibire una ridicola fasciatura al pollice destro, adagiato solennemente sul bracciolo e occupandolo tutto. Le occhiate fra Adelina e il giovane principe: la prima diceva: ehi, ma guarda che bella cosa. La seconda diceva: me ne sono accorta, ti ho sentito. La terza: sarà di sinistra simpatica ed eloquente? E l'occhiata scorse giù fino alle scarpe e le calzette rimboccate in cerca di conferma. La quarta era quella di Adelina sul bracciolo espugnato dall'avanzo di parrucchiera. La quinta un mezzo sorriso di solidarietà e scherno da Ubaldo il cavaliere. Adelina era tutta contratta e rimaneva con la guardia alzata in attesa dell'avanzata della sgradevole portatrice di profumo. Il giovane baldo intanto aveva estratto una moleskine, una penna, un libro di kafka e una figurina di de andré. Ma si mise a guadare fuori dal finestrino con fare fatale e poco dopo si addormentò. 

sabato 11 dicembre 2010

Adelina Rimbrotti

Adelina Rimbrotti è un esperimento di racconto a puntate, di feuilleton. Adelina sono io, mia madre, mia nonna, la bibliotecaria, la mia star preferita: un personaggio mutante in preda alle suggestioni scaturite dagli incontri dell'autrice, dai film visti, dalle cose lette. Ogni sabato.

Adelina Rimbrotti 1. Elogio del controllore

Quando il controllore proruppe con la sua professional cortesia nel vagone assolato e semivuoto, Adelina Rimbrotti non volle subito accorgersi della sua presenza, e continuò per un momento a restare seduta dietro al banco dei suoi ricordi, dove sembrava che stesse per chiarirsi qualcosa. Il banco era quello della classe Quarta C dell'Istituto Onnicomprensivo Ponchielli. Lei che aveva appena cambiato la taglia del grembiule nero della scuola e cominciava a detestare fiori e ricami come ornamento per la sua tenuta. Il suo compagno di banco appiccicava caccole sotto il tavolo e lei osservava incuriosita. Anche Marcella Segavini osservava, ma urlando che schifo denunciò il fatto ai presenti. In quel momento Adelina aveva dinanzi a sé una scelta: seguire lo starnazzo generale e unirsi ai cori di disgusto, oppure assumere qualunque altro atteggiamento, come rimanere in osservazione, mettersi a ridere, chiedere di andare in bagno. Invece si mise a starnazzare. Il pettoruto controllore reclamava l'esibizione del biglietto e Adelina lo accontentò solo dopo essersi soffermata sul procedimento mentale che l'aveva condotta all'opzione dello starnazzo; appuntò un post-it all'angolo del banco dei suoi ricordi ed estrasse il titolo di viaggio.
Naturalmente quando il controllore si allontanò per ripetere la sua cerimonia cortese al cospetto del passeggero seduto quattro sedili più in giù, il post-it con gli indizi era già volato fuori dal finestrino.
Quest'uomo è incredibilmente elegante, pensò Adelina. Sicuramente è un uomo di cultura, se no come si spiegherebbe tutto quel contegno, quel piglio nella voce, la perfezione nella postura. Denota coscienza del proprio corpo, che può essere innata, se non è cresciuto con genitori troppo apprensivi che gli impedivano di fare capriole e capitomboli, o acquisita, se ha praticato un qualche tipo di sport. E quella capacità di mantenere la cortesia e l'eleganza del linguaggio anche nelle situazioni di tensione. Certo, non erano tutti così, i controllori, concesse Adelina, figurandosi immediatamente un esempio del contrario: un controllore di un trenino di questo profondo nord, sfacciatamente rozzo e maleducato con un povero disoccupato senza biglietto. Ma a parte questo, riconosceva l'esistenza di un certo fattore, forse lo stesso che veniva notato al momento della selezione del personale, o forse quello che veniva valorizzato o inculcato al momento della formazione. Lo stesso fattore che consentiva persino alle signore controllori di essere eleganti in quella maschilissima divisa, il talento naturale per un impeccabile portamento. E forza.

domenica 24 gennaio 2010

Branduardo maestro di Zen

Valissa camminava per valli e montagne, fiumi e città per incontrare le persone, la più grande varietà possibile di persone. Vi si accostava e poneva semplici domande. Poi riprendeva il cammino chiudendosi in una meditazione errante dalla coda infinita, e che luminosa irrorava la via. Ma non comprendeva. Compiva ogni giorno gli esercizi assegnatole dal maestro, trascorreva pomeriggi nel silenzio dei sensi ascoltando le cascate e il vento. Parlava con i fruttivendoli, i pittori, i medici dell'anima, i sarti e gli scribi. Ascoltava i capi tribù, i responsi e le trombe d'aria. E riprendeva il cammino instancabilmente e gli erano venuti due polpacci così. Andava in Siria, in Ghana, in Tennessee, in Ucraina, in Laos e in Val d'Aosta. Scriveva lettere, trattati, bibbie e sms. Leggeva graffiti, papiri, rotoli di preghiera, steli e istruzioni per l'uso. Ma non riceveva alcuna verità. Allora scavava, spolverava, spazzava e grattavinceva. Aveva ormai ottantacinque anni quando irruppe nella sala silenziosa di Branduardo il ciapinaro. I muri erano alti e maestosi, sembrava il Duomo di Milano. Riecheggiava un clangore lontano di pentolame. Lo sgomento di Valissa era forte più che mai. Sentiva prossimo lo scadere dei suoi giorni e voleva andarsene con una risposta. Lasciandosi guidare dalle energie sante del luogo, si avvicinò a Branduardo. Notò che si trattava di un uomo sui centoquattro, esile e minuto, ma con la pelle abbronzata e tesa su muscoli calibrati allo sforzo quotidiano, sempre uguale. Non smetteva di arrabattarsi su quelle sue scodelle. Valissa era ormai di fronte a lui, seria come una statua funeraria, in attesa della verità suprema: gli occhi socchiusi e la testa leggermente reclinata all'indietro. Come se non bastasse, incrociò le braccia e piantò i piedi. Branduardo non aveva distolto lo sguardo dalle sue pentole. Ma dopo un quarto d'ora così, posò lentamente il gavettino di rame che teneva tra le mani, si appoggiò ad un bastone con una mano e con l'altra spingeva sulla sedia di paglia tentando di rialzarsi. Bloccata dall'emozione, Valissa non tentò nemmeno di aiutarlo. Al sommo di uno sforzo che sembrava immane, il vecchio sembrava stesse finalmente per erigersi in piedi, invece, rompendo il sacro silenzio e l'aura mistica, un peto poderoso sgattaiolò fuori da quel corpo di saggio.
Il cuore di Valissa non restò indifferente a tutto ciò. Sentì dentro come uno strano tremolio, un pizzicore tremendo, la pancia colta da spasmi la fece piegare a metà, poi una forza incontenibile le spalancò la bocca e poi uno dietro l'altro, in una raffica energica, strani colpi di tosse uscirono accompagnati da melodiosi giri di voce e grugniti.
Valissa stava ridendo. Per la prima volta nella sua vita. Rideva a crepapelle: non riusciva a smettere; si gettò a terra, picchiava con entrambe le mani, le lacrimavano copiosamente gli occhi, ma non riusciva a smettere e in realtà forse non voleva. Avrebbe voluto adesso ripercorrere a ritroso tutto il suo cammino e ridere, ridere.
Invece forse era stanca, forse pensava che non ne valeva la pena, chiamò un taxi e andò a farsi una pizza con le sue ex compagne di classe.

domenica 20 dicembre 2009

"Bianca neve" ovvero "I due nomi della neve"

la neve è un evento straordinario, e l'ho scoperto passeggiando nel parco di notte illuminato dal bianco manto. non ero sola, per fortuna, altrimenti avrei esitato fino a decidere di non andarci–nonostante l'entusiasmo di fronte alla macchina coperta da tre mani di neve.
pensavo che  la neve non permetterà mai a questa macchina di schiodarsi da lì, ed è già buona che con uno spazzolone gliene ho spolverata via parecchia dal tettuccio e dal resto. era irriconoscibile! quando sono uscita questo pomeriggio sono scoppiata a ridere:sembrava dover scomparire del tutto affondata e infossata in su e ingiù nella neve; sopra, la neve ne ricopriva ogni attributo (targa, linea del cofano, del portabagli, degli specchietti, sporco, forma dei vetri) e non si riconosceva più; sotto, la neve aveva combinato come degli argini addossati alle ruote, alle porte, alla marmitta. soltanto i due tergicristalli, quello davanti e quello dietro, sporgevano fuori come zampilli congelati, neri. l'antenna era infatti tutta coperta e me n'ero dimenticata mentre solcavo la coltre sopra la cappotta con andirivieni di spazzolone da tre euro del leclerc, che bisognava stare attente a non raschiare sulla vernice, già di per sé disprezzata dai parcheggiatori bolognesi.
ma invece oggi no, oggi era così candida, illibata, tenera, abbracciata da un grumone di fiocchi.
sembrava così innocente di fronte all'ambiente, non sembrava potesse essere un oggetto inquinante. sembrava non avere a che fare nulla col nero.
allo stesso modo abbiamo cercato nel parco un posto illibato, per camminare. ad un certo punto era come stare nel deserto, benché il mare di bianco fosse già stato in diversi punti affranto da piedi umani.
e il motivo per cui sembrava il deserto era perché non c'erano strade. solo alcune, accennate. è più difficile mantenere la rotta se non ci sono piste. bisogna scegliere ad ogni passo.
il silenzio e l'eco di una risata lontana che sembra un segnale tribale. e una sirena. il parco si sperde nella periferia che sconfina nel chissaddove.
una bottiglia di vino per scaldarci.

domenica 15 novembre 2009

Corpi estranei

Due ragazze, Cinzia e Rossana. Cinzia studia ingegneria ed ha un fisico mozzafiato. Infatti arrotonda la borsa di studio facendo foto per pubblicità di abbigliamento intimo. Rossana studia legge, e le sue fattezze fisiche non sono qui rilevanti.
Rossana dà un esame che le era costato due mesi di lavoro intensissimo, in cui aveva rinunciato ad ogni svago. Dopo un brillante risultato si era concessa una serata molto stravagante, si era divertita da matti ma si era buscata un raffreddore. Cinzia in una pausa dalle lezioni entra ed esce dai negozi distrattamente, spiando negli specchi la propria eleganza, il suo corpicino affusolato. Gli uomini la guardano, con una punta di sofferenza, e lei sa che è un complimento. Si immagina che essi penseranno alle sue forme, alle sue linee almeno fino a che qualcos'altro non li distrarrà di nuovo. Le sue forme e le sue linee sono nella loro mente. Ma d'altronde devono averle già viste da qualche parte, in un cartellone, in una pagina di rivista sfogliata in attesa dal dentista, sul catalogo di intimo consultato dalla moglie.
Rossana ha sensazioni strane, è davvero malridotta dal raffreddore, da due giorni, ormai. E quando sta per riprendersi, le vengono le mestruazioni. Non che fossero inaspettate, ma i sintomi del raffreddore creavano una specie di brusio che non le lasciava ascoltare i segnali del proprio corpo, i segnali del ciclo che si compie. Presa alla sprovvista, non si era preparata come di consueto con posizioni yoga, tisane, cibo appropriato. E alla fine era stata male: incapacità a concentrarsi dunque a risolvere il più banale enigma, lieve afasia, lentezza estrema, oltre a crampi e tremori e mal di testa e nausea. Una specie di creatura che minaccia di squarciare i tessuti dell'organismo per urlare e uscire allo scoperto. Ma no, dice Rossana, stai buono e fermo che adesso passa tutto. A Rossana piacerebbe entrare nel proprio utero e guardare che cosa mai possa succedere di tanto grandioso da richiedere tutte le energie dell'organismo.
Cinzia si rende conto che, sebbene alquanto anonimamente, il suo corpo è un oggetto di dominio pubblico: in molti conoscono la linea del suo seno, la curva delle sue anche, la rientranza del suo mento e la chiave di violino della sua spina dorsale. Eppure nessuno sarebbe mai in grado di riconoscerla. Eppure nessuno sa nulla di lei.
Rossana sul lavoro oggi ha fatto un gran casino: oltre ad essere arrivata in ritardo, ha pasticciato con le ordinazioni e ha biascicato qualcosa ad un cliente importante che pretendeva informazioni. Rossana fa la commessa part-time in una sartoria; una fortuna, per una giovane studentessa come lei, ma il pretenzioso snobismo del negozio richiede una presenza di classe, sveglia ed intelligente. Invece pare che lei abbia mandato un tailleur da donna al cugino dell'assessore che aveva sborsato fior di quattrini pur di avere l'abito pronto per quella sera, in cui doveva incontrarsi con certi industriali. E quando lui aveva chiamato furioso lei aveva provato a dire che non stava bene, e che avrebbe provato a rimediare al disastro.
La cosa più naturale le sembrava che sarebbe stata dirgli: guardi che ho le mestruazioni, oppure dirlo direttamente alla maitresse, ma qualcosa le suggeriva che non avrebbe funzionato. In verità era completamente alienata, e non sapeva come contrattare con la realtà circostante.
Cinzia ha indossato il suo nuovo completo: un affarone, e le sta d'incanto. Seduta in un bar sorseggia un aperitivo con le amiche e tace, come se qualcosa le rendesse insopportabile la fatica di mettere insieme un discorso. "Forse mi stanno arrivando", pensa tra sé.

martedì 13 ottobre 2009

La casa sull'autobus

Mi piacciono gli autobus. L'autobus vuol dire "città", per me che vengo da un paese in cui si va in piazza in bici e al cinema in macchina. Mi piace salire sull'autobus e starci per almeno un quarto d'ora. Prima di andare alla fermata scelgo il libro che leggerò durante il viaggio. Abito molto lontano dal centro, quindi ho molto tempo a disposizione. Posso davvero immergermi nella lettura. L'autobus passa in media ogni 15 minuti, in questa zona periferica della città. Così, se mi rendo conto che dovrò aspettare a lungo, mi siedo sotto la pensilina e inizio a leggere. Poi l'autobus arriva, seleziono il posto a sedere, scartando quelli riservati agli invalidi, agli anziani e alle donne incinte, e prediligendo quelli con lo scalino e quelli orientati nel senso opposto alla marcia, dove solitamente neanche il vecchiettino più instabile osa chiederti di cedergli il posto. Poi mi accoccolo alla meglio nella mia nuova postazione e apro il libro. Qui è la mia nuova intimità, uno spazio temporaneo tutto mio, in cui mi sento perfettamente a mio agio, in quieta e tacita alleanza con l'autista (visto che ci teniamo compagnia per buona parte del viaggio) e con eventuali altri abbonati del servizio dei trasporti pubblici. Ecco, infatti: l'abbonamento. La disinvoltura con cui salgo e scendo dagli autobus, senza l'ansia di timbrare, munirsi del titolo di viaggio, senza controllare che non si sforino i sessanta minuti. Forse è proprio l'abbonamento, questo piccolo bigliettino un po' più lungo degli altri, che mi consente questa simbiosi con il mezzo di trasporto. E poi sicuramente il fatto di non doverlo condurre, di lasciarmi trasportare.. una specie di passività quasi sensuale, e che distende ogni singolo nervo. Infatti ieri sera mentre andavo in città ho estratto il mio libriccino; ma poi ho dato un'occhiata fuori e ho notato che era già buio, alle 19:30. Ho pensato che era arrivato l'autunno. Allora ho richiuso il libro e l'ho rimesso nello zaino. Mi sono assopita nel fiume di luci e vetrine che scorreva fuori dai finestroni dell'autobus. E infatti l'ho visto, l'autunno, che era annidato in mezzo ai passi dei passanti, nello scrosciare del fogliame, nel riflesso del faro di un'auto sul portone di un condominio. Era solo rintanato e aspettava un'entrata eclatante. Oggi l'ultimo temporale.