domenica 1 aprile 2018

Poesia di Pasqua

Disossata la mia anima
calcificata e immobile e porosa
la soluzione è giunta:
deridere!

Avvistato il nibbio
tre volte rigira
noi sorvolati
ci appiattiamo.

Usmati i maschi che corrono
non odore di sudore e di pelle
ma di ammorbidente

Mi coglie perfetto un sentimento
di risorgimento
poiché é Pasqua,
non mi resta che risorgere, risorgere!

L'agnellino scomodato nel suo carretto
sorride e si lascia andare
al sonno.
Dormirà per tre chilometri ancora.


martedì 1 maggio 2012

Cercasi buongiornista e buonaseratore

Gioiamat spa cerca buongiornista e buonaseratore/trice per triste condominio dell'hinterland milanese. La risorsa si occuperà di salire e scendere ripetutamente le scale o l'ascensore indirizzando saluti alle persone e infondendo loro la speranza per un mondo meno scontroso. Gioiamat è un'agenzia all'avanguardia nel mercato del rallegramento meccanico e seleziona i migliori professionisti sul campo capaci di unire l'efficienza di un aspetto radioso alla produttività in termini di capitale di buonumore.
Se sei privo/a di rughe di stizza, anche un po' sovrappeso e di aspetto bonario, inviaci il tuo cv con una foto. Astenersi cassiere/i e sportellisti/e.

venerdì 27 aprile 2012

Le galline sospese

Ho chiesto al mio fidanzato di raccontarmi una storia, e lui ha attaccato con certi galli spaziali giunti ad un raffinatissimo livello di tecnologia militare, ma che non si ricordavano più a che cosa servissero tutti quegli aggeggi. Così tristemente vagavano nell'oscurità infinita dell'universo smemorati e senza futuro. Ora uno di quei galli deve essersi precipitato da queste parti. Anzi, una gallina. Già da ieri sentivo rumori strani nello sgabuzzino, e oggi ho trovato tutte le cacchine in giro. Ne ho seguito le tracce fino ai piedi del letto, faccio per chinarmi a sbirciare di sotto ed ecco che una rossa pennuta mi saluta con un raffinato e per nulla turbato coccodè. La mia reazione è stata naturalmente di chiederle che cosa ci facesse lì e lei ha dispiegato una zampetta per volta e si è trascinata fuori. Trovatasi al mio cospetto, si è accovacciata e con un sospiro ha cominciato a spiegarmi: – Siamo rimasti senza memoria, disponiamo di cose che non conosciamo e ci sentiamo ovattati e incapaci. Per questo non abbiamo nemmeno voglia di capire che cosa ci succede intorno, non abbiamo interesse per nessuno e per niente e tantomeno per la comunità. Dato che non abbiamo un territorio dotato di forza gravitazionale, non ci rimane alcuna ragione per stare insieme e lentamente stiamo morendo tutti. E' stato difficile rendersene conto, data l'apatia generale, ma ecco.. ho fatto un sogno. Ho sognato questa casa. Ho sognato la tua memoria di galline e pollai e mi sono lasciata precipitare qui. Tornerò con un reportage strepitoso e salverò i miei polli!– 
Ero toccata dal racconto della cara avicola, e sentii davvero un moto grosso di solidarietà. Ma come, come potevo aiutarla?
–Cara gallina, mio nonno aveva un pollaio e avevamo sempre uova fresche. Ricordo nettamente solo un episodio: mi avvicinavo ad una di voi con la mia bicicletta di bambina, poi ricordo il dolore di una beccata e l'immagine della bici a terra ed io a distribuire la mia incredulità fra la mia mano e quella violenta. Da allora credo che smisi di amare le galline. Ma pare che siate buone per il brodo. Ecco, se vuoi scrivi questo.–
– Dunque è così? Voi mangiavate le nostre uova! Voi ci bollivate in pentola per raffinare dell'acqua calda! Voi ci chiudevate in un recinto! Voi non ci amavate! Dev'essere davvero per questo che siamo scappate dal pianeta. E forse il nostro orgoglio e voglia di vendetta deve averci spinto a costruire quegli aggeggi, che sono come dei moltiplicatori di beccate. Ahi che dolore! Che dolore!–
La gallina balzò in piedi, tentò un volo, poi tornò giù; ringraziò per le informazioni, poi fece qualcosa come una grossa scoreggia e disparve. Ma il pollaio dei cieli si era già mobilitato: un furibondo e minaccioso schiamazzo si levava dal gruppo. Eccoli ora tutti disporsi in file, in colonne, in squadroni; eccoli ora marciare silenziosamente pestando i piedi nel vuoto, giù, verso la Terra.
Ecco che si compiva la vendetta del Pollame, che con una troppo facile battaglia (nessun governo li prese sul serio e nessuno si decise a fare qualcosa), vinse sugli Uomini e instaurò il suo Regno.

martedì 24 maggio 2011

Cercasi poliglotta per importante tempio milanese

Sei giovane, dinamico, e sei stimolato dall'incontro con altre culture? Ti piace che l'incontro avvenga non solo su un piano superficiale, ma che tocchi i grandi temi dell'esistenza? Hai una particolare predisposizione ai rapporti umani e riesci ad entrare in sintonia con il tuo interlocutore? Così tanto che riesci a fargli parlare di fatti molto intimi a pochi minuti dalla prima stretta di  mano? E soprattutto, conosci inglese, francese, tedesco e spagnolo? Allora forse sei la persona che stiamo cercando!
Per importante centro di culto nel cuore di Milano, stiamo cercando una figura junior da inserire con contratto formazione lavoro. La risorsa si occuperà di accogliere i clienti nelle cabine poste sulle navate laterali per un colloquio iniziale, per verificarne l'effettiva purezza. La disinvoltura nella conoscenza della lingua straniera è fondamentale per mettere il cliente nella condizione di agio tale che possa rivelare i suoi peccati più reconditi senza temere di non ricevere il perdono.
La nostra azienda, da anni nel settore, si preoccupa da sempre di far sì che il turista straniero non creda a un Dio che storpi la pronuncia; il Dio che proponiamo noi (e che troverete sui nostri depliant) non direbbe mai "Ai forrghiv iù of ior sins in de neim of fater, son end oli gost"

La postazione di lavoro (clicca per ingrandire)

Gli oggetti ci parlano


Gli oggetti ci parlano, il mondo ci parla. Tutto è abitato da messaggi e se solo dessimo alle cose che ci circondano una possibilità, potremmo intrattenerci con loro arricchendo il nostro punto di vista sulla vita. Purtroppo, però, presi come siamo dalle mille incombenze quotidiane, spesso non riusciamo a sentire o a decifrare questi messaggi. E allora può capitare che gli oggetti si mettano ad urlare, o ti tirino per la giacca fino a che non dai loro retta, o si piantano lì davanti a te fino a che non li noti. 
E' quello che è successo a me nella sala d'attesa del reparto ginecologia di un ospedale, dove avevo appuntamento per una visita. Un  reparto dall'aspetto molto confusionario, con gran via vai di persone in camice che quando le fermavi per chiedere informazioni ti guardavano sorprese e del tutto impreparate come se non si aspettassero di incontrarti lì. Fu una di loro a togliermi dai piedi dicendomi di aspettare qui, in sala d'attesa. 
Dopo un'ora di vera attesa, senza ricevere alcun segnale confortante di essere nel posto giusto, di non aver sbagliato il giorno della gita o addirittura pianeta, finalmente guardo il pavimento. E quello che vedo è una piccola vagina rosa che mi dice, un po' rauca: –Cretina, guarda che devi andare nell'altra sala d'attesa, dove ti stanno chiamando da un'ora–

lunedì 23 maggio 2011

Gli addetti alle candele

Sei un giovane promettente tra i 15 e i 29 anni ma fai parte di quei due milioni di motori spenti che non lavorano e non sanno che pesci pigliare? Hai mai pensato di tentare la carriera dell'addetto alle candele? Questa professione ti consentirà di far parte di un team agile e creativo, up to date, con una mission davvero stimolante ed interessanti possibilità di crescita! Le mansioni di un addetto alle candele sono quelle di vigilare sulle speranzose nonnine che finanziano i candelieri, fino al punto in cui arriva il momento di fare un refresh.  E' lì che è richiesta la sua professionalità: munito di sacco bianco e una dose di fiato sufficiente rastrellerà i candelieri asportando tutte le candele più corte di venticinque centimetri, ne spegnerà il sormontante fuoco della preghiera e ne getterà il cadaverino nel sacchettone. 
Se sei un giovane che aspira al successo, vieni da noi per un colloquio e per un test della capacità polmonare: ti offriamo formazione gratuita e inserimento con stage non retribuito di 3 mesi! Dai, affrettati! Non hai sentito i dati Istat? Esci dal gregge, non fare il bamboccione.

Due giovani addetti alle candele nel Duomo di Milano

Milano addobbata a festa

Manifesti elettorali Famagosta (Milano)

Non sono stata a Milano durante la campagna prima delle elezioni. Ci sono stata invece tornando da Bologna due giorni fa, e ho potuto così toccare con mano la pesantezza dello scontro che chiamare "politico" mi sembra tanto fuori luogo. La pesantezza gravava sui trentacinque strati di manifesti elettorali davanti alla stazione centrale, tutti protesi in avanti che facevano la gara a chi arrivava primo a toccare il marciapiede, a suon di cavernicoli slogan di cui si può avere un assaggio nelle foto, che sono state scattate in viale Famagosta. 
Forse aveva piovuto pochi giorni prima. Non so che cosa avesse deformato così tanto la carta da farle assumere questo atteggiamento grottesco, ma l'intera immagine la diceva davvero lunga, con il manifesto sul rischio "zingaropoli" che si sforzava in avanti e faticosamente tentava di sorpassare lo strato di fogli pro-Pisapia.

Neologismi: zingaropoli

lunedì 11 aprile 2011

Il mondo è paese

In attesa dal dottore. Discussioni con le anziane signore castanesi sulla vita da sala d'aspetto intervallate dai chi è l'ultimo? di chi appare dietro alla porta tra il campanellìo dell'acchiappasogni appeso allo stipite. A condividere le fatiche dell'attesa ci sono un ragazzino e una ragazza più grande , cinesi. A chi tocca adesso? A me. No, ci sono prima i signori, protesto indicando la coppia. Non vi pleoccupate, devo fale solo licetta. Forse qualcosa dopo va storto e il tempo di questa ricetta si dilata, si dilata. Intanto entrano: un uomo pakistano, una suora e una signora nordafricana, entrambe velate. La coppia di cinesi è dentro ormai da quindici minuti. Un'anziana signora comincia ad interpretare il prolungarsi dell'attesa: si vede che non si riescono a spiegare. Poi conclude: ormai sono più loro di noi. Guarda qua che roba. E fa cenno agli astanti. Fra un po' dovranno trasferirci tutti da un'altra parte. La signora accanto le sorride cortesemente ma non commenta. E anch'io sono indecisa se protestare contro la visione del mondo di una cara vecchietta. Rimane tutto sospeso, sull'eco di quel guarda qua il silenzio della signora magrebina e del signore pakistano, misti all'imbarazzo mio per l'aver pensato: non importa, questa ignoranza sparirà insieme alla sua generazione. Adesso anche Castano Primo è un posto pieno di lingue e colori, e anche coloro che danno l'idea di esserne scontenti ne traggono vantaggio. Nessun Carnevale, Natale o festa del Crocifisso potrà più restare indifferente alla novità demografica, ma non solo, a quello sguardo estemporaneo e spaesato che di fronte a tanta consuetudinarietà scuote e rafforza il nostro senso di appartenenza a questo luogo e la nostra identità. Sarà per questo che improvvisamente scopriamo che abbiamo perso il vizio di andare in piazza, perché ci vediamo solo i pakistani. Adesso quando al centro commerciale incontri qualcuno che conosci, c'è da stupirsi, perché ti eri dimenticata di essere a Castano. Quando me ne andai da qui, non avrei mai pensato di ritrovarmi sette anni dopo allo sportello immigrazione a regolarizzare la mia posizione di neo cittadina castanese. Adesso c'è una piscina, mille rotatorie, un centro commerciale e molti dei miei compagni di scuola hanno dei figli. La parola kebab la conoscevano solo i giovani che il sabato sera andavano a Milano. Adesso il mio babbo si fa tagliare i capelli alla maniera orientale. Molti cittadini sono pronti a marciare nella brughiera per difenderla dalla terza pista di Malpensa e altri si organizzano per fare di Castano un luogo dove si scambia e si produce cultura. Ad esempio riaprendo la casa del Popolo. 

venerdì 28 gennaio 2011

La mia prima esperienza con il navigatore

Dal momento che non abito in questi luoghi da anni, nonostante siano i luoghi della mia infanzia, della mia adolescenza, delle mie radici, molto spesso non li vivo più come famigliari, a volte mi risultano del tutto sconosciuti e si rende necessaria da parte mia una nuova esplorazione da capo a piedi, col rischio di perdersi sempre in agguato. La paura di perdermi non mi fa superare i 60 km all'ora, per la gioia di quei motoscafi con le ruote che chiamano suv, con questi fari di ultima generazione puntati nell'abitacolo e riflessi dagli specchietti e quindi dagli occhi, che servono per farti ritrovare la monetina che si era infilata in un angolo buio del cruscotto e che finalmente riemerge. Io con la mia piccola auto di vecchia generazione (ma a benzina verde) quando sulle nostre strade scende il buio che cancella ciò che rimane delle tracce della  "fedele linea bianca", martoriata e disturbata dai segnacci delle altre linee provvisorie lasciate dai mille cantieri a ore, con i fievoli fari di cui è provvista non posso vedere al di là di 50 metri davanti a me. Si tratta di un dramma profondo e di una lacerazione insanabile della mia anima: non riconosco più nulla di questi luoghi, mi perdo a Vanzaghello, dove a quindici anni arrivavo con il ciao passando dai boschi che univano il paese al mio. Adesso quei boschi sono stati tagliati profondamente dalla superstrada Milano-Boffalora e un cratere brulicante di auto si è aperto sotto il paesaggio della mia adolescenza.  Le rotonde poi, questi marchingegni maligni che si riproducono senza sosta, mangiando incroci e marciapiedi. Hanno cominciato a nascere a pochi metri da casa mia, quando ancora vivevo qua, su un incrocio piuttosto innocuo, ma consegnato ai posteri come un incrocio pericoloso. Una rotonda l'ha fagocitato e adesso molte carene di motorini e paraurti di auto frettolose giacciono là mischiate ai pezzi di costolone di pista ciclabile. Poi le rotonde hanno cominciato a conquistare pezzo a pezzo tutto il territorio. Da Castano Primo a Gallarate, a Cuggiono, a Magnago, a Legnano, ovunque è tutto un susseguirsi di rotonde, tutte uguali, che oltre agli incoroci si sono mangiate anche ogni dettaglio sul posto in cui ti trovi. Impaurita dall'estraneità del paesaggio, stasera per andare a Gallarate mi sono fatta prestare un navigatore satellitare dai miei genitori. Un tomtom per andare a Gallarate. Mi sentivo già ridicola quando in fondo alla strada per non fare casino ho spento la radio, che se no mi confondevo. Ho seguito quella voce elettronica. Non volevo fidarmi, eppure non avevo scelta. Era una macchina a dirmi dove andare, mentre io svolgevo la parte meccanica dell'operazione: guidavo. Avevo spento completamente il mio intuito, la mia memoria, il mio buon senso. Era la macchina a dirmi cosa fare. Le rotonde mi afferravano e mi risucchiavano nel loro vortice, occhio di un ciclone di strade che se ne prendi una arrivi chissàdove. Appena possibile ritornare indietro, blatera altero  il navigatore. Al ritorno ho vinto io: non potevo più sopportare di non avere nemmeno un'occasione per riappropriarmi di questo territorio, di sprecare questo passaggio su strade nere e nuovissime e deserte senza darmi una possibilità di capire. Ma cosa sono questi luoghi? Ma cosa sono io? Ho spento il navigatore, ho riscoperto la paura di sbagliare strada ma anche la mia intelligenza geografica che sgranchendosi le meningi si metteva al lavoro. 

sabato 25 dicembre 2010

Adelina Rimbrotti 3. La morte della colomba

Adelina Rimbrotti guardava la senescente compagna di viaggio, cercando di trovare almeno due motivi per trattenere la voglia di rivalsa e per evitare il cominciamento del vanesio duello. Trovò fertile il pensiero di cosa sarebbe stato di lei un giorno, superati i cinquantacinque anni, con tutto il peso di una lunga vita sulle spalle. Come l'avrebbero guardata i più giovani, lei che adesso già cominciava a smettere di stupirsi quando i quindicenni le davano del lei. Quale sarebbe stato il suo universo, cosa avrebbe desiderato, cosa avrebbe sentito di se stessa in quanto donna. Sarebbe stata cosciente in ogni segmento del cambiamento, ecco cosa avrebbe fatto. In ogni singolo istante sarebbe rimasta sempre se stessa, avrebbe sempre cercato di aderire all'idea cool che da tempo ormai si attribuiva e questo, ne era certa, avrebbe fatto di lei una bella vecchietta.
Intanto però la vicina, anche approfittando del sonno in cui era sprofondato il giovane di fronte, aveva già tolto le scarpe e allungato i piedi sul sedile opposto con un movimento rapido, muscoloso, aveva cercato a lungo una gomma da masticare da dentro la sua borsa con le scritte stile hip-hop sbatacchiandone vivacemente il contenuto e si era definitivamente appostata con la testa appoggiata all'intelligente poggiatesta, rivolta verso il finestrino e quindi verso Adelina, la quale si ritrovava con il cicaleccio del masticamento della signora pericolosamente vicino all'orecchio sinistro. E poi, naturalmente, quel braccio, su cui veniva scaricato tutto il peso dell'ingombrante figura e che avanzava inesorabilmente.
Ad Adelina dava molto fastidio quel suo fare da ragazzina, lanciato come una sfida. Sollevava le valigie inutilmente e con uno sforzo e una ricercatezza dei gesti che suggerivano una precisa volontà di esibire la propria freschezza; ad ogni stimolo sconosciuto – un rumore, una vibrazione del treno di cui non si manifestava immediatamente la provenienza – scuoteva la testa a scatti come un uccellino inesperto, spalancando gli occhi come un'ingenua gazzella. Lo scopo era senza dubbio dare l'idea di una vita sbarazzina, di corse nei campi di grano e grembiulini che schiusi rivelavano gattini. Adelina sapeva per certo che non era così; glielo dicevano l'esagerazione nel mostrare, e poi parliamo di una freschezza che non si addice ad una signora. Quando sarò vecchia, si disse Adelina, voglio che sia la mia saggezza a prendere spazio quando appaio a degli sconosciuti, non voglio che considerino di potermi includere nel loro club.
Intanto un nuovo scatto verso destra del braccio della stagionata ragazzina, che aveva quasi fatto capitolare il braccio sinistro della nostra, scaraventandolo fuori dal bracciolo, fece sì che Adelina giungesse alla decisione che sì, guerra voleva, e guerra avrebbe avuto. Puntò il gomito, lo irrorò di proteine e vi concentrò la forza dell'inimicizia. Trascorse così i successivi dieci minuti.

sabato 18 dicembre 2010

Adelina Rimbrotti 2. Prolegomeni alla bracciolomachia

Due ore la separavano dal momento in cui Giorgio avrebbe preso posto accanto a lei. Nel frattempo, Adelina, appostata accanto al suo ricco equipaggiamento di passatempi, era indecisa se aprire lo zaino stracolmo, e rimaneva sospesa sulle soglie dell'azione di estrarre, con una mano poggiata sulla sacca le membra abbandonate la faccia istupidita e i pensieri che correvano di nuovo all'evento di quel lontano pomeriggio nella classe quarta ci.
Adesso aveva la sensazione di aver smarrito il capo della matassa ed era nella situazione del lettore distratto che continua a rileggere la stessa frase senza mai comprenderla ma è troppo orgoglioso per riporre il libro.
Sapeva che l'aveva fatto per debolezza, per conformismo eccetera, ma era conscia che dietro quella non-scelta risiedeva un errore che aveva compromesso per sempre il sereno trascorrere della sua maturazione etica: per questo era del tutto fondamentale ritornare a quel preciso istante cognitivo e ripararlo una volta per tutte. Il vagone continuava però a riempirsi di gente e la concentrazione sembrava a quel punto compromessa irrimediabilmente. Sedettero di fronte e da parte a lei un giovane alto dai neri riccioli splendide sopracciglia e occhi nocciola, con il quale cominciò immediato un rapido ed eloquente scambio di occhiate, e una signora con la permanente bionda quattro braccialetti dorati e sonanti per braccio e un profumo nauseabondo. Prese posto nel sedile a fianco di Adelina, impossessandosene al culmine di una sfilata per esibire una ridicola fasciatura al pollice destro, adagiato solennemente sul bracciolo e occupandolo tutto. Le occhiate fra Adelina e il giovane principe: la prima diceva: ehi, ma guarda che bella cosa. La seconda diceva: me ne sono accorta, ti ho sentito. La terza: sarà di sinistra simpatica ed eloquente? E l'occhiata scorse giù fino alle scarpe e le calzette rimboccate in cerca di conferma. La quarta era quella di Adelina sul bracciolo espugnato dall'avanzo di parrucchiera. La quinta un mezzo sorriso di solidarietà e scherno da Ubaldo il cavaliere. Adelina era tutta contratta e rimaneva con la guardia alzata in attesa dell'avanzata della sgradevole portatrice di profumo. Il giovane baldo intanto aveva estratto una moleskine, una penna, un libro di kafka e una figurina di de andré. Ma si mise a guadare fuori dal finestrino con fare fatale e poco dopo si addormentò. 

sabato 11 dicembre 2010

Adelina Rimbrotti

Adelina Rimbrotti è un esperimento di racconto a puntate, di feuilleton. Adelina sono io, mia madre, mia nonna, la bibliotecaria, la mia star preferita: un personaggio mutante in preda alle suggestioni scaturite dagli incontri dell'autrice, dai film visti, dalle cose lette. Ogni sabato.

Adelina Rimbrotti 1. Elogio del controllore

Quando il controllore proruppe con la sua professional cortesia nel vagone assolato e semivuoto, Adelina Rimbrotti non volle subito accorgersi della sua presenza, e continuò per un momento a restare seduta dietro al banco dei suoi ricordi, dove sembrava che stesse per chiarirsi qualcosa. Il banco era quello della classe Quarta C dell'Istituto Onnicomprensivo Ponchielli. Lei che aveva appena cambiato la taglia del grembiule nero della scuola e cominciava a detestare fiori e ricami come ornamento per la sua tenuta. Il suo compagno di banco appiccicava caccole sotto il tavolo e lei osservava incuriosita. Anche Marcella Segavini osservava, ma urlando che schifo denunciò il fatto ai presenti. In quel momento Adelina aveva dinanzi a sé una scelta: seguire lo starnazzo generale e unirsi ai cori di disgusto, oppure assumere qualunque altro atteggiamento, come rimanere in osservazione, mettersi a ridere, chiedere di andare in bagno. Invece si mise a starnazzare. Il pettoruto controllore reclamava l'esibizione del biglietto e Adelina lo accontentò solo dopo essersi soffermata sul procedimento mentale che l'aveva condotta all'opzione dello starnazzo; appuntò un post-it all'angolo del banco dei suoi ricordi ed estrasse il titolo di viaggio.
Naturalmente quando il controllore si allontanò per ripetere la sua cerimonia cortese al cospetto del passeggero seduto quattro sedili più in giù, il post-it con gli indizi era già volato fuori dal finestrino.
Quest'uomo è incredibilmente elegante, pensò Adelina. Sicuramente è un uomo di cultura, se no come si spiegherebbe tutto quel contegno, quel piglio nella voce, la perfezione nella postura. Denota coscienza del proprio corpo, che può essere innata, se non è cresciuto con genitori troppo apprensivi che gli impedivano di fare capriole e capitomboli, o acquisita, se ha praticato un qualche tipo di sport. E quella capacità di mantenere la cortesia e l'eleganza del linguaggio anche nelle situazioni di tensione. Certo, non erano tutti così, i controllori, concesse Adelina, figurandosi immediatamente un esempio del contrario: un controllore di un trenino di questo profondo nord, sfacciatamente rozzo e maleducato con un povero disoccupato senza biglietto. Ma a parte questo, riconosceva l'esistenza di un certo fattore, forse lo stesso che veniva notato al momento della selezione del personale, o forse quello che veniva valorizzato o inculcato al momento della formazione. Lo stesso fattore che consentiva persino alle signore controllori di essere eleganti in quella maschilissima divisa, il talento naturale per un impeccabile portamento. E forza.

domenica 24 gennaio 2010

Branduardo maestro di Zen

Valissa camminava per valli e montagne, fiumi e città per incontrare le persone, la più grande varietà possibile di persone. Vi si accostava e poneva semplici domande. Poi riprendeva il cammino chiudendosi in una meditazione errante dalla coda infinita, e che luminosa irrorava la via. Ma non comprendeva. Compiva ogni giorno gli esercizi assegnatole dal maestro, trascorreva pomeriggi nel silenzio dei sensi ascoltando le cascate e il vento. Parlava con i fruttivendoli, i pittori, i medici dell'anima, i sarti e gli scribi. Ascoltava i capi tribù, i responsi e le trombe d'aria. E riprendeva il cammino instancabilmente e gli erano venuti due polpacci così. Andava in Siria, in Ghana, in Tennessee, in Ucraina, in Laos e in Val d'Aosta. Scriveva lettere, trattati, bibbie e sms. Leggeva graffiti, papiri, rotoli di preghiera, steli e istruzioni per l'uso. Ma non riceveva alcuna verità. Allora scavava, spolverava, spazzava e grattavinceva. Aveva ormai ottantacinque anni quando irruppe nella sala silenziosa di Branduardo il ciapinaro. I muri erano alti e maestosi, sembrava il Duomo di Milano. Riecheggiava un clangore lontano di pentolame. Lo sgomento di Valissa era forte più che mai. Sentiva prossimo lo scadere dei suoi giorni e voleva andarsene con una risposta. Lasciandosi guidare dalle energie sante del luogo, si avvicinò a Branduardo. Notò che si trattava di un uomo sui centoquattro, esile e minuto, ma con la pelle abbronzata e tesa su muscoli calibrati allo sforzo quotidiano, sempre uguale. Non smetteva di arrabattarsi su quelle sue scodelle. Valissa era ormai di fronte a lui, seria come una statua funeraria, in attesa della verità suprema: gli occhi socchiusi e la testa leggermente reclinata all'indietro. Come se non bastasse, incrociò le braccia e piantò i piedi. Branduardo non aveva distolto lo sguardo dalle sue pentole. Ma dopo un quarto d'ora così, posò lentamente il gavettino di rame che teneva tra le mani, si appoggiò ad un bastone con una mano e con l'altra spingeva sulla sedia di paglia tentando di rialzarsi. Bloccata dall'emozione, Valissa non tentò nemmeno di aiutarlo. Al sommo di uno sforzo che sembrava immane, il vecchio sembrava stesse finalmente per erigersi in piedi, invece, rompendo il sacro silenzio e l'aura mistica, un peto poderoso sgattaiolò fuori da quel corpo di saggio.
Il cuore di Valissa non restò indifferente a tutto ciò. Sentì dentro come uno strano tremolio, un pizzicore tremendo, la pancia colta da spasmi la fece piegare a metà, poi una forza incontenibile le spalancò la bocca e poi uno dietro l'altro, in una raffica energica, strani colpi di tosse uscirono accompagnati da melodiosi giri di voce e grugniti.
Valissa stava ridendo. Per la prima volta nella sua vita. Rideva a crepapelle: non riusciva a smettere; si gettò a terra, picchiava con entrambe le mani, le lacrimavano copiosamente gli occhi, ma non riusciva a smettere e in realtà forse non voleva. Avrebbe voluto adesso ripercorrere a ritroso tutto il suo cammino e ridere, ridere.
Invece forse era stanca, forse pensava che non ne valeva la pena, chiamò un taxi e andò a farsi una pizza con le sue ex compagne di classe.

domenica 20 dicembre 2009

"Bianca neve" ovvero "I due nomi della neve"

la neve è un evento straordinario, e l'ho scoperto passeggiando nel parco di notte illuminato dal bianco manto. non ero sola, per fortuna, altrimenti avrei esitato fino a decidere di non andarci–nonostante l'entusiasmo di fronte alla macchina coperta da tre mani di neve.
pensavo che  la neve non permetterà mai a questa macchina di schiodarsi da lì, ed è già buona che con uno spazzolone gliene ho spolverata via parecchia dal tettuccio e dal resto. era irriconoscibile! quando sono uscita questo pomeriggio sono scoppiata a ridere:sembrava dover scomparire del tutto affondata e infossata in su e ingiù nella neve; sopra, la neve ne ricopriva ogni attributo (targa, linea del cofano, del portabagli, degli specchietti, sporco, forma dei vetri) e non si riconosceva più; sotto, la neve aveva combinato come degli argini addossati alle ruote, alle porte, alla marmitta. soltanto i due tergicristalli, quello davanti e quello dietro, sporgevano fuori come zampilli congelati, neri. l'antenna era infatti tutta coperta e me n'ero dimenticata mentre solcavo la coltre sopra la cappotta con andirivieni di spazzolone da tre euro del leclerc, che bisognava stare attente a non raschiare sulla vernice, già di per sé disprezzata dai parcheggiatori bolognesi.
ma invece oggi no, oggi era così candida, illibata, tenera, abbracciata da un grumone di fiocchi.
sembrava così innocente di fronte all'ambiente, non sembrava potesse essere un oggetto inquinante. sembrava non avere a che fare nulla col nero.
allo stesso modo abbiamo cercato nel parco un posto illibato, per camminare. ad un certo punto era come stare nel deserto, benché il mare di bianco fosse già stato in diversi punti affranto da piedi umani.
e il motivo per cui sembrava il deserto era perché non c'erano strade. solo alcune, accennate. è più difficile mantenere la rotta se non ci sono piste. bisogna scegliere ad ogni passo.
il silenzio e l'eco di una risata lontana che sembra un segnale tribale. e una sirena. il parco si sperde nella periferia che sconfina nel chissaddove.
una bottiglia di vino per scaldarci.

domenica 15 novembre 2009

Corpi estranei

Due ragazze, Cinzia e Rossana. Cinzia studia ingegneria ed ha un fisico mozzafiato. Infatti arrotonda la borsa di studio facendo foto per pubblicità di abbigliamento intimo. Rossana studia legge, e le sue fattezze fisiche non sono qui rilevanti.
Rossana dà un esame che le era costato due mesi di lavoro intensissimo, in cui aveva rinunciato ad ogni svago. Dopo un brillante risultato si era concessa una serata molto stravagante, si era divertita da matti ma si era buscata un raffreddore. Cinzia in una pausa dalle lezioni entra ed esce dai negozi distrattamente, spiando negli specchi la propria eleganza, il suo corpicino affusolato. Gli uomini la guardano, con una punta di sofferenza, e lei sa che è un complimento. Si immagina che essi penseranno alle sue forme, alle sue linee almeno fino a che qualcos'altro non li distrarrà di nuovo. Le sue forme e le sue linee sono nella loro mente. Ma d'altronde devono averle già viste da qualche parte, in un cartellone, in una pagina di rivista sfogliata in attesa dal dentista, sul catalogo di intimo consultato dalla moglie.
Rossana ha sensazioni strane, è davvero malridotta dal raffreddore, da due giorni, ormai. E quando sta per riprendersi, le vengono le mestruazioni. Non che fossero inaspettate, ma i sintomi del raffreddore creavano una specie di brusio che non le lasciava ascoltare i segnali del proprio corpo, i segnali del ciclo che si compie. Presa alla sprovvista, non si era preparata come di consueto con posizioni yoga, tisane, cibo appropriato. E alla fine era stata male: incapacità a concentrarsi dunque a risolvere il più banale enigma, lieve afasia, lentezza estrema, oltre a crampi e tremori e mal di testa e nausea. Una specie di creatura che minaccia di squarciare i tessuti dell'organismo per urlare e uscire allo scoperto. Ma no, dice Rossana, stai buono e fermo che adesso passa tutto. A Rossana piacerebbe entrare nel proprio utero e guardare che cosa mai possa succedere di tanto grandioso da richiedere tutte le energie dell'organismo.
Cinzia si rende conto che, sebbene alquanto anonimamente, il suo corpo è un oggetto di dominio pubblico: in molti conoscono la linea del suo seno, la curva delle sue anche, la rientranza del suo mento e la chiave di violino della sua spina dorsale. Eppure nessuno sarebbe mai in grado di riconoscerla. Eppure nessuno sa nulla di lei.
Rossana sul lavoro oggi ha fatto un gran casino: oltre ad essere arrivata in ritardo, ha pasticciato con le ordinazioni e ha biascicato qualcosa ad un cliente importante che pretendeva informazioni. Rossana fa la commessa part-time in una sartoria; una fortuna, per una giovane studentessa come lei, ma il pretenzioso snobismo del negozio richiede una presenza di classe, sveglia ed intelligente. Invece pare che lei abbia mandato un tailleur da donna al cugino dell'assessore che aveva sborsato fior di quattrini pur di avere l'abito pronto per quella sera, in cui doveva incontrarsi con certi industriali. E quando lui aveva chiamato furioso lei aveva provato a dire che non stava bene, e che avrebbe provato a rimediare al disastro.
La cosa più naturale le sembrava che sarebbe stata dirgli: guardi che ho le mestruazioni, oppure dirlo direttamente alla maitresse, ma qualcosa le suggeriva che non avrebbe funzionato. In verità era completamente alienata, e non sapeva come contrattare con la realtà circostante.
Cinzia ha indossato il suo nuovo completo: un affarone, e le sta d'incanto. Seduta in un bar sorseggia un aperitivo con le amiche e tace, come se qualcosa le rendesse insopportabile la fatica di mettere insieme un discorso. "Forse mi stanno arrivando", pensa tra sé.

martedì 13 ottobre 2009

La casa sull'autobus

Mi piacciono gli autobus. L'autobus vuol dire "città", per me che vengo da un paese in cui si va in piazza in bici e al cinema in macchina. Mi piace salire sull'autobus e starci per almeno un quarto d'ora. Prima di andare alla fermata scelgo il libro che leggerò durante il viaggio. Abito molto lontano dal centro, quindi ho molto tempo a disposizione. Posso davvero immergermi nella lettura. L'autobus passa in media ogni 15 minuti, in questa zona periferica della città. Così, se mi rendo conto che dovrò aspettare a lungo, mi siedo sotto la pensilina e inizio a leggere. Poi l'autobus arriva, seleziono il posto a sedere, scartando quelli riservati agli invalidi, agli anziani e alle donne incinte, e prediligendo quelli con lo scalino e quelli orientati nel senso opposto alla marcia, dove solitamente neanche il vecchiettino più instabile osa chiederti di cedergli il posto. Poi mi accoccolo alla meglio nella mia nuova postazione e apro il libro. Qui è la mia nuova intimità, uno spazio temporaneo tutto mio, in cui mi sento perfettamente a mio agio, in quieta e tacita alleanza con l'autista (visto che ci teniamo compagnia per buona parte del viaggio) e con eventuali altri abbonati del servizio dei trasporti pubblici. Ecco, infatti: l'abbonamento. La disinvoltura con cui salgo e scendo dagli autobus, senza l'ansia di timbrare, munirsi del titolo di viaggio, senza controllare che non si sforino i sessanta minuti. Forse è proprio l'abbonamento, questo piccolo bigliettino un po' più lungo degli altri, che mi consente questa simbiosi con il mezzo di trasporto. E poi sicuramente il fatto di non doverlo condurre, di lasciarmi trasportare.. una specie di passività quasi sensuale, e che distende ogni singolo nervo. Infatti ieri sera mentre andavo in città ho estratto il mio libriccino; ma poi ho dato un'occhiata fuori e ho notato che era già buio, alle 19:30. Ho pensato che era arrivato l'autunno. Allora ho richiuso il libro e l'ho rimesso nello zaino. Mi sono assopita nel fiume di luci e vetrine che scorreva fuori dai finestroni dell'autobus. E infatti l'ho visto, l'autunno, che era annidato in mezzo ai passi dei passanti, nello scrosciare del fogliame, nel riflesso del faro di un'auto sul portone di un condominio. Era solo rintanato e aspettava un'entrata eclatante. Oggi l'ultimo temporale.

mercoledì 30 settembre 2009

Lo sbuffo del treno

L'uomo del treno è l'uomo degli asciugamani; apre ogni tasca e ne estrae un asciugamano; piccolo, medio, grande, ma sempre azzurro. Ne toglie uno dallo zaino e (sempre sbuffando) cerca di infilarlo nella valigia, già stracolma (anche di asciugamani). Non ci riesce e allora sbuffa e si mette a piegarlo per bene. Poi estrae qualcosa dalla tasca, e da questo qualcosa estrae ancora qualcosa – soldi forse – e li infila da qualche parte nella valigia. Sbuffa, richiude il presunto portafoglio, se lo rimette in tasca. Chiude la valigia, gli cadono delle chiavi, sbuffa, le raccoglie: erano le chiavi del lucchetto della valigia. Serra la valigia, sbuffa, la sistema sul portabagagli. Prende lo zaino, ne estrae un pezzo di stoffa minuscolo nero, sbuffa, riprende la valigia pesantissima, la rimette sul sedile, la riapre – io esco a prendere un po' d'aria.
Quando è salito a Colonia sbuffando con un caffè in cartone e del pane in plastica, oltre a tutti i bagagli, si è messo a bere e mangiare con la stessa urgenza che si usa quando si torna a casa con la pipì da fare: si gettano a terra le cose che si hanno in mano, ci si siede sulla tazza con la giacca e la sciarpa e non si chiude la porta. Lui ha bevuto scuffando il caffè e ha infilato tra un sorso e l'altro un tozzo di pane, seduto sul ciglio del sedile attiguo a quello su cui avevo appoggiato i piedi scalzi, irrompendo nell'intimità della mia tristezza, costringendomi a ricompormi, nonostante la sua scompostaggine. Quando ha finito di rifocillarsi ha sbuffato e ha intrapreso lo smonta e rimonta prima descritto.
Adesso ha chiuso gli occhi abbracciando lo zaino che tiene sulle ginocchia.
Va in Italia.

venerdì 8 maggio 2009

La Festa del Crocifisso a Castano Primo


A Castano Primo (MI) si svolge in questa settimana la celebrazione del s. Crocifisso. La poderosa scultura lignea del Cristo morto viene fatta trasmigrare da una chiesa parrocchiale all'altra – sono due in tutto – in varie tappe nei rioni della cittadina. Le processioni durano una settimana, divise in tappe. Gruppi di 14 persone tra uomini e donne si avvicendano nel trasporto della pesante reliquia, ognuno per un tratto di una settantina di metri. Intanto la gente accodata prega o chiacchiera, molto silenziosamente. Le strade sono addobbate in pompa magna, con migliaia di bandierine porpora con impresso il logo del crocifisso, le luminarie di natale meno natalizie, i lumini bianchi o rossi lungo le cinte e i cancelli o i marciapiedi, alcuni altari preparati da cittadini volenterosi, i gigli bianchi finti. Poi ci sono le "porte", purtroppo non stravaganti come in passato, che segnano l'entrata nei vari rioni. E naturalmente gente alle finestre, ai balconi, ai lati delle strade.
Conclusa la tappa giornaliera, il crocifisso viene lasciato "dormire" nelle strutture designate, vegliato da volontari fino alle 6 della mattina, quando riprende la liturgia.
Tutto questo si ripete ogni venticinque anni.

Alcuni pensano che forse è l'ultima festa del crocifisso che vedranno. Alcuni a vent'anni è la prima che vedono. Alcuni ne hanno già viste tre o quattro. Alcuni quando la rivedranno saranno ultracinquantenni, e oggi sono studenti universitari con un'idea vaga del futuro (io!). Il parroco della parrocchia Madonna dei Poveri è la prima volta che la vede.
Il crocifisso è un modo infallibile di scandire il tempo in modo molto chiaro e netto. Ma non solo.
Si possono ammirare i cambiamenti di una piccola comunità: ai lati delle strade e affacciati alle finestre ci sono i volti esotici, incuriositi e seri, dei nuovi cittadini castanesi: i pachistani, i bangladesi e i magrebini che riempiono la vita di piazza ormai disertata dai cittadini originari o acquisiti da due o tre generazioni. Loro non c'erano venticinque anni fa. Chissà cosa pensano di questa manifestazione? Forse per loro gli italiani, i castanesi sono tutti matti. Oppure sono contenti di trovarsi in questo silenzioso momento di folklore locale e lo raccontano ai parenti lontani con un pizzico di divertito interesse.
E poi: che memoria a lungo termine è necessaria per mantenere le motivazioni a celebrare qualcosa a cui si è pensato un quarto di secolo prima per l'ultima volta? Ma forse proprio questo è interessante, forse un po' è proprio la Storia che viene celebrata, il trascorrere del tempo, il mantenimento di una consuetudine la cui origine si smarrisce nell'incertezza  e nella leggenda. Si dice che il Cristo che sta su questa croce abbia protetto i castanesi dalle cannonate degli austriaci, e anche che li abbia salvati dalla siccità; forse è stato sottratto alla chiesa di un paese vicino, o forse l'ha portato il fiume (Ticino).
E' comunque un'esperienza straordinaria, che scuote la vita sonnacchiosa della cittadina per una settimana intera, senza contare i preparativi e l'organizzazione di ogni cosa. E poi per ventiquattro anni ognuno torna alle proprie case, e a ricordare l'ultima Festa del Crocifisso.

giovedì 9 aprile 2009

Il giornalismo è al servizio dei cittadini?-festival del giornalismo di Perugia

Il professor Calafati, docente di Economia Urbana, Università delle Marche, ha condotto una ricerca insieme ai suoi studenti sul modo in cui la stampa italiana ha trattato l'argomento Tav in Val di Susa, in particolare confrontando La Stampa, La Repubblica e il Corriere della Sera. La conclusione di questa rassegna è che incredibilmente si è ignorata una componente fondamentale al quadro completo dei fatti: le ragioni che hanno spinto gli attori economici a intraprendere una scelta così incisiva sulla vita della popolazione e sull'ambiente.
Davanti ad una risma di prime pagine di testate britanniche, per la gran parte tabloid, Nicholas Jones della BBC intrattiene il pubblico svelando alcuni vizi dell'informazione: il concentrarsi su elementi superficiali che finiscono per ricoprire un ruolo importante, vengono falsificati a discapito della vera informazione. Briosamente Jones ci spiega quanto valore reale, e non solo simbolico, abbia avuto la parola “sorry” nella trattazione del modo in cui i politici comunicavano la crisi. Cioè di quanto fosse importante che, malgrado le loro mancanze, essi chiedessero poi scusa. Ci sono esempi in cui si costruiva una notizia intorno al fatto che una frase pronunciata da una certa personalità contenesse la fatidica parola, pur senza essere stata detta con l'intenzione che si voleva far credere. Ma l'ha detta – sembra dire la notizia – e questo è tutto ciò che conta. Non più il fatto che la crisi sia stata denunciata o no, in realtà di maggior interesse per il cittadino lettore.
Gli fa eco Sergio Rizzo, del Corriere: “se avessimo ringhiato un po' di più..l'Italia sarebbe un mondo migliore”.
E Calafati invoca l'opzione della Qualità, che altrove funziona: dove i giornali si preoccupano di mantenere alto il livello, cioè in Germania, Francia e Gran Bretagna, le vendite non hanno subito un drastico crollo, perché continuano a servire una “clientela” che sempre comprerà il giornale, visto che il giornale è un servizio. Ma come si va sulla via della Qualità? “Nella società della Conoscenza vige il Giornalismo come Scienza; è necessario creare un contesto di interazione per la ricerca della verità”.
Sassoli protesta: forse nella sua scuola di Capacità Critica insegnerebbe come materia Tv spazzatura e Carta straccia, e se dovesse invece insegnare in una scuola per chef, impartirebbe lezioni di Fast food e Barrette di cioccolato e caramello, visto che secondo lui “anche quando la politica è pubblicità, nell'informazione, rimane interessante, perché serve a sviluppare il senso critico, perché ci si sente costretti a capire”. La sua teoria è smentita dal fatto che una mandria di boccaloni ha votato il governo che abbiamo in carica.
Necessariamente, comunque, è impensabile che si tenga presente il pubblico nel processo d'impacchettamento del prodotto giornalistico, data la situazione della tv pubblica, dove pubblico e privato sono in tal modo intersecati che non si capisce più niente. Certo questa situazione non fa bene alla Qualità del lavoro. Manca un'idea pedagogica del giornalismo.
Manca il valore d'uso, replica Calafati.
Allora c'è da chiedersi se le regole del giornalismo siano invecchiate. Secondo Rizzo è un problema di persone, quelle che dirigono i giornali, i veri responsabili della rettitudine di una testata, perché tengono la schiena dritta a sé e alle persone che lavorano intorno a lui. Ma questo è un problema proprio italiano, che risponde ad una questione più basilare: un'idea di stampa, e di fare audience, diversa da quella che vige in GB. E questa differenza si legge bene nelle versioni on-line dei quotidiani, che sembrano in alcuni casi intendere la rete come luogo in cui si possano dimenticare le regole del buon giornalismo. È certo che la rete rappresenta una rivoluzione per la stampa. Una sfida. D'accordo Sassoli: è una possibilità per venire a contatto con punti di vista altri, nella loro compresenza. Infatti Calafati ammette che il giornalismo va ridefinito, poiché non sta più solo nei luoghi tradizionali.
Per esempio, dice Rizzo, bisogna tornare sul campo, cosa che dovrebbe essere scontata, ma non lo è nei giornali al contrario che leggiamo oggi. Jones: l'industria dei giornali deve essere reinventata.